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domenica 21 giugno 2015

Cuore e Testa, Satira e Politica

Ripropongo qui, cambiandone leggermente il titolo, un post datato che scrissi dopo una riflessione con un amico e che questi volle sul suo portale politico (leggibile qui) dopo le disastrose elezioni politiche del 2013.
Aggiungo due righe di commento col senno di poi: la condizione di "movimento" del soggetto politico creato di Grillo è ormai persa chissà dove con la cristalizzazione di un direttorio e di chi ha il compito di sancire il limite di divergenza citato nell'articolo. Renzi è diventato segretario del PD, Presidente del Consiglio, sta faticando a portare avanti il suo programma di governo derivante da una legittimazione basata sulle primarie (e non da un voto nazionale) e mi viene da dire (un po' ironicamente) che la sua azione di governo sta dando parecchi spunti su cosa possa essere la complessità in politica... Trovo ancora molto valide queste parole e mi piange il cuore che un salto dalla Satira alla fine alcuni soggetti politici l'hanno fatto: verso il populismo finalizzato all'autoconservazione e verso il nazionalismo finalizzato alla presa del potere.


Io credo che la realtà sia complessa. Il modo in cui la si legge e la si comunica denota anche il modo con cui affrontarla. Non per forza vi sono modi univoci, totalizzanti, possono esserci diversi modi di leggere la realtà, tutti legittimi, a seconda del contesto.

Per esempio la satira ha il dovere di semplificarla per mettere in luce brutture e assurdità con lo scopo di accendere una lampadina, una domanda nel cervello. Il fine ultimo non è lo sberleffo puro e semplice per ridere. Il fine ultimo è morale: creare una riflessione. In questa lettura la satira diviene così la miccia per altro: la riflessione di una cosa più complessa.

Dopo la fase dell’assurdo, della risata indirizzata al “re nudo” o agli “idioti”, bisognerebbe fare i conti con la complessità delle cose. Ultimamente in Italia abbiamo abbracciato il rifiuto della complessità: sono tutti uguali, tutti sono contro di noi, chiunque con un po’ d’istruzione ed esperienza può occuparsi di temi a livello nazionale, l’onestà è l’unico elemento discriminante, sono ingenui perdoniamo loro certe uscite, ecc… Questo rifiuto non è nuovo: lo abbiamo avuto già da molti anni da Berlusconi e purtroppo dal Centrosinistra.

Credo che la realtà, quando viene riconosciuta come materia complessa, dovrebbe essere oggetto della Politica, quella con la P maiuscola, vera e bella… quella “cosa” che non solo sa guardare le cose nel suo insieme, dall’alto, per leggere la grande trama di una “polis”, di una società, di un Paese, fatti di innumerevoli fili, ma anche quell’arte che riesce a scovare i punti su cui porre le leve per sollevare e cambiare la realtà stessa.

Le letture e gli strumenti non sono sempre gli stessi nel corso della storia e questo dovrebbe far riflettere se gli strumenti oggi adottati per fare politica (i partiti, in primis) siano ancora efficaci. Secondo il Movimento 5 Stelle no. Secondo altri sì. Secondo altri ancora ni. Indubbiamente i partiti in stile Pci, Dc o anche Forza Italia e Ds (ma si potrebbe citarne altre odierni) non possono essere oggi strumenti validi ed efficaci di fronte alla complessità e alle richieste di cittadinanza attiva che oggi si fanno strada per reazione a una continua riduzione del potere dello Stato rispetto alle decisioni sovranazionali, che siano queste di organismi internazionali o di mercato.

Inoltre la caduta delle ideologie ha fatto sparire – a mio giudizio per fortuna – il “voto sulla fiducia”, quella x posta sulla falce e martello o sullo scudo crociato indipendentemente dalle proposte e dalle persone, perché era il riconoscersi in un mondo, in un pacchetto di idee, facilmente riscontrabili a diversi livelli della vita di una persona (dal quotidiano fino alla contrapposizione tra Unione Sovietica e Stati Uniti). Questo modo di ragionare oggi non è più efficace in un contesto dove le cose si sono fatte tutte maledettamente più complesse dagli anni Novanta in avanti.

Vi è un’incapacità di capire o di accettare questa complessità che oggi si manifesta per esempio nelle migliaia di anime, idee e fantasie al potere dei movimenti. L’incapacità del Pd di fare autocritica sta anche nel peccato originario del non riconoscere questi movimenti: partito “di popolo”, il Pd in questi anni ha spesso sconfessato le spinte e i laboratori provenienti non dalla pancia, ma dal cuore e dalla testa della gente. Non si tratta di giudicare i contenuti, in altre sedi si potrà fare questa operazione. C’è un mondo frustrato e snobbato dal principale partito della sinistra italiana: ancora riecheggiano le fatwa di D’Alema sui girotondini o sulla “politica al di fuori dei politici di professione”.

Oggi la complessità della realtà dovrebbe orientare a domande e scelte che coinvolgano quel variegato mondo dei movimenti, delle idee, che da decenni cresce all’ombra della politica, che cerca disperatamente uno spazio politico. Il problema è che questo mondo ha trovato uno spazio e un pigmalione in Beppe Grillo e nel suo blog. Riguardo al rapporto tra movimenti e Movimento 5 Stelle rimando alla lucida e interessante riflessione del collettivo Wu Ming (non certo persone assimilate al “sistema”, come potrebbe obiettare un attivista 5 Stelle nel sentire certe critiche), in cui viene spiegato come Grillo abbia “fagocitato” di fatto movimenti che invece si sono sviluppati in altri Paesi.

Indubbiamente Beppe Grillo ha il merito di aver tenuta accesa e di avere ampliato, dal suo blog e nelle piazze, un’onda critica su molti temi a proposito dei quali la sinistra ha taciuto o è stata compromissoria. Ma questo, appunto, è il compito della satira. Ora che Grillo ha fatto il passo successivo, continua a mantenere i tratti del “satirico” o ha cambiato anche registro di lettura e azione sulla realtà?

Quando Grillo le spara grosse su temi importanti (la frase “la mafia non uccide i suoi clienti”, la vaghezza sulla sua idea di redditto di cittadinanza, l’attacco all’art.67 della Costituzione o altre esagerazioni anche su numeri e temi tecnici) semplifica e usa un meccanismo satirico. Lo dico senza dare un giudizio di merito sui contenuti (questa riflessione non è la sede adatta). Un meccanismo del genere porta di sicuro all’indignazione, ma è difficile che crei la conseguente riflessione sulla complessità. Si salta in pratica un passo, quello decisivo, il più importante. Quello della politica. E infatti il Movimento 5 Stelle si è presentato con un programma costruito nel 2009 per le elezioni amministrative e locali: se realmente si definisce un movimento, perché queste idee rimangono cristallizzate dopo quattro anni e soprattutto non vengono ampliate, modificate rispetto a una consultazione parlamentare di carattere nazionale?

Temo che Grillo volutamente rimanga nel lessico e nella semantica della satira per convenienza, per rimanere perennemente solo nella fase dell’indignazione, magari anche necessaria, ma eludendo il più possibile il momento della politica: lascia questo compito agli attivisti, che quando devono prendere decisioni sulla condotta personale (riduzione degli stipendi e restituzione dei rimborsi elettorali) ovviamente riescono nel loro intento, ma quando c’è da discutere e operare in concerto con le altre componenti della società (sia buone che cattive) trovano non poche difficoltà, come Pizzarotti a Parma. Questo accade, a mio avviso, per via dell’intransigenza del programma, scaturita appunto da una perenne indignazione e rabbia contro il vecchio, l’avversario (se non addirittura nemico), e per via di un cordone ombelicale difficile da recidere con colui che rimane il deus ex machina del movimento, colui che sa fare e fa chiarezza se nascono divergenze o diatribe sulle idee e sulle cose da fare: Beppe Grillo.

Il Movimento 5 Stelle potrà essere anche un’officina di dialogo, ma se in esso si supera un certo limite di divergenza c’è chi per tutti prende la decisione su cosa è giusto o no fare, grazie alla forza morale che il suo ruolo di satirico (forza assimilabile a quella che avevano i satirici dell’antica Roma) gli conferisce.

Da pochi giorni abbiamo compianto la morte dello scrittore, politico ed ex partigiano francese Stéphane Hessel. Nel suo ultimo scritto gridava a gran voce alle generazioni più giovani della sua: “Indignatevi!”, ma in quel testo e con la sua vita ha dimostrato che quella è solo la prima fase di un cambiamento, è solo il primo passo. Allo slancio del cuore deve nascere, deve seguire (anche arrancando, a volte) lo slancio della testa, della Politica. In molti attivisti 5 Stelle c’è lo slancio del cuore: siamo sicuri che nell’impostazione che essi stessi si son dati (o che altri han dato loro) vi sia anche uno slancio capace di leggere una realtà complessa e di agire all’interno di essa?

Fermarsi alla satira o alla indignazione non mi basta. Non mi accontento. E per favore pretendiamo da tutti, ma proprio da tutti noi un approccio diverso, più serio e più efficace per cambiare le nostre vite.

martedì 28 maggio 2013

Ma sì, un post politico post-elezioni: la satira sempre e comunque?

Ci sono state le elezioni amministrative, grandi cali di affluenza dappertutto: chi alle politiche ci credeva ancora, negli ultimi due giorni non ha più saputo che pesci pigliare.
Non sono un politologo e mi stupisco parecchio che il PD faccia incetta di voti, anche giustificando ciò ricordandosi che i diversi "PD locali" a volte sono cosa diversa del "PD nazionale": Marino si era ampiamente espresso contro inciucio e contro le strategie di partito per l'elezione del Presidente della Repubblica; la parabola di Debora Serracchiani settimane fa insegna ancora. Insomma, una buona parte dell'elettorato vede che "Un altro PD è possibile". Per me rimane un mistero la tenuta del PD a Siena, ma ripeto, non sono un politologo...
Quello che però non mi stupisce affatto è il flop del Movimento 5 Stelle. Di sicuro il M5S è stato il primo partito a patire il calo di affluenza: molta gente che ci credeva non è stata sufficientemente soddisfatta della strategia di questi mesi a livello nazionale; non dimentichiamo inoltre le ultime vicende giornalistiche che da fonti "neutre" - se non amiche - hanno fatto (giustamente) le pulci al Movimento e al suo pigmalione, Beppe Grillo. Ma io mi domando: sono stati gli organi si stampa ad affossare il M5S? È stata la Gabanelli? Il Fatto Quotidiano? Sallusti? L'Espresso? "Il Grande Vecchio"? Beh, secondo me la colpa è di un signore che è l'unico ad avere il diritto indiscutibile a parlare lì dentro (alla faccia del "uno vale uno") e che quando lo fa dice cose del tipo che per prevenire il tumore bisogna eiaculare 21 volte al giorno... Questa è satira baby, e ci sta, ma fatta in un momento diverso da quello della satira, in un luogo ancora più diverso: in un comizio elettorale. Siamo vissuti nella superficialità politica per anni, abbiamo sentito gente già dei vecchi partiti parlare di grandi temi con un'approssimazione esagerata, abbiamo già visto che politici si sono trasformati in ridicoli clown per agguantare voti, forse si sperava realmente in un cambiamento che facesse la differenza. L'usare sempre e comunque un linguaggio satirico paga all'inizio, quando devi - anche giustamente - scandalizzare la gente, farla svegliare su alcuni temi che ritieni importanti: è questo il compito della satira. Ma se poi non arriva il momento di sedersi e di analizzare con maggiore cura i problemi e con ancora maggiore cura sporcarsi le mani e agire, allora i problemi non vengono risolti. Non si può, o almeno non si dovrebbe, essere approssimativi quando si fa politica: a quel punto non si può sparare numeri a caso, concentrarsi sulle macchiette, rimanere nel vago nel fare delle proposte o fare di tutta un erba un fascio. Perfino sul principale cavallo di battaglia del Movimento i militanti non sono stati chiari, ovvero quello dello stipendio dei parlamentari. C'è un momento giusto e arricchente per fare "satira" e poi uno diverso per fare concretamente "politica", questa distinzione forse a qualcuno non è ancora chiara...