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giovedì 13 marzo 2014

Che il VENTO possa soffiare forte!


Martedì 11 marzo 2014 al Cecchi Point di Torino ho avuto il piacere di vedere il film-documentario della Stuffilm che racconta il viaggio di otto giorni, con quindici tappe, dell'ing. Paolo Pileri e del suo team, partiti da Torino fino a Venezia. Un viaggio di 650km. In bici.
Sì, perché l'ing. Pileri e i suoi quattro compagni di viaggio, sono promotori da anni di un progetto del Politecnico di Milano che si chiama VENTO (dall'acronimo Ven.To., cioè Venezia - Torino), che si ripromette di dotare all'Italia della più grande (e forse prima) dorsale cicloturistica, tutta interamente dispiegata sulle rive del nostro fiume più lungo, il Po.
l'ing. Paolo Pileri durante la discussione
Come Pileri raccontava nella discussione a fine proiezione, in Italia non vi sono strutture del genere per il cicloturismo, una forma di turismo che in altri Paesi frutta molto lavoro e molti soldi: basti pensare che in Germania - così ha continuato Pileri - esso ha creato 300000 posti di lavoro e produce 4 miliardi di Euro all'anno. Sì, 4 miliardi. Pileri calcola che il progetto VENTO, se realizzato (e realizzato bene!), può produrre 2000 posti di lavoro, non solo direttamente impiegati sulla dorsale ciclabile, ma anche nell'indotto della manutenzione, della ristorazione, dell'accoglienza e dei servizi di guida e assistenza ai cicloturisti. Non di certo bruscolini di questi tempi in cui si preferisce di investire su moltissimi tanti progetti forse inconcludenti e che non avranno né benefici economici, né ambientali. Pilieri diceva, sempre durante la discussione, che per rendere la dorsale VENTO operativa, accogliente, senza barriere architettoniche, uniforme da regione a regione per cartellonistica, indicazioni e informazioni, ci vuole un finanziamento equivalente a quello per costruire pochissimi chilometri di autostrada.
Il viaggio è servito soprattutto per testimoniare la fattibilità del progetto, per promuoverle a livello nazionale e nelle diverse tappe in cui il team si è soffermato (Alessandria, Modena, Piacenza, Pavia, Ferrara sono solo alcune), ma è stato soprattutto un modo per (ri)scoprire una valle (quella del Po) che ormai è andata perduta, territori e luoghi di antiche e rare bellezze, che oggi vengono trascurati sia dalle amministrazioni (perfino nella cura di argini e terreni) che dai "cittadini" comuni; sono rimasti in pochi coloro che "vivono" il Po, con le sue bellezze e la sua storia.
Un momento del film-documentario al Cecchi Point
Io non posso non dirmi legato a questo fiume: una parte della mia famiglia, quella che mi ha dato il cognome che porto, arriva da Ferrara, piccola-grande capitale del Po (visitata, insieme ai paesini vicino, in sella alla mia bici in una ricerca di origini, qualche anno fa); io sono nato e mi sento torinese, che invece è la grande-piccola capitale del Po. Insomma, sarà perché qualcosina di questi luoghi ho potuto già assaporare, ma sono fermamente convinto che il progetto di Paolo Pilieri sia un progetto vincente, prima di tutto nella formula e nella scelta di stile di vita: una vita forse più lenta ma più dilatata, forse più faticosa ma più salutare, forse più essenziale ma meno superficiale. Una vita che può testimoniare che la velocità non è saporita quanto il lento avvicinarsi delle tappe, dei campanili, dei canali e dei passanti.

Se state leggendo questo post vi do perciò qualche compito a casa (o in ufficio, o sullo smartphone, insomma, vedete voi...): vi invito a leggere meglio il progetto qui, di vedere il trailer del film sopra (e magari poi comprarlo qui) e poi di fare una sottoscrizione al progetto per aiutare i nostri amici, qui (sia che tu sia un singolo cittadino o un'associazione).
Vi chiedo troppo? Non credo... dai, staccati un attimo da facebook e sogna anche tu un modo diverso (forse più coraggioso) per gustare luoghi, arte, relazioni e bicicletta!

P.S.: il 26 marzo 2014, alla stazione Porta Nuova di Torino, il team di Paolo Pileri sarà al binario 1 con l'iniziativa TRENO VERDE 2014 per presentare il progetto VENTO!

venerdì 7 febbraio 2014

Il Lago D'Aral, ovvero il costo dello sviluppo umano

Dopo ore di macchina arrivi a Moynaq, la città costiera, famosa perché antico approdo della "via della seta"; ma anche per l'inscatolamento del pesce, che i pescatori prendevano al Lago salato, per sfamare loro e le loro famiglie. Siamo nelle leggendarie terre vicino a Samarcanda, terre di steppe e di antichi racconti. Appena arrivati, trovi ad accoglierti una grossa insegna col nome della città, scritta in caratteri cirillici, una strana reminiscenza d'Europa in questa lontana terra d'Asia. Sotto la scritta la grande immagine di un pesce che salta fuori dal lago. Di navi, a Moynaq, ce ne sono ancora parecchie, tutte vecchie, abbandonate, incrostate dal sale e dal tempo, senza vita e senza porto in cui approdare. Già, senza porto. Non è un'espressione poetica di vecchi studi classici: a Moynaq manca letteralmente il porto. Le navi stanno lì, ferme, appoggiate placidamente sul terreno salino che un tempo accoglieva mare, pesci e pescatori. Se prendete una qualsiasi cartina o un qualunque mappamondo e cercate in Asia il Lago d'Aral, vedrete sì un immenso lago salato chiuso, ma in realtà quel mare non esiste più. Oggi il Lago d'Aral si è ridotto del 90% della sua originaria estensione e la sua più importante città portuale oggi dista centinaia di chilometri dall'attuale costa. L'intero bacino salato è un sinistro paesaggio apocalittico dove giacciono antichi relitti ritornati alla luce del sole con quelli nuovi, che non videro mai le profondità del mare, ma che semplicemente furono abbandonati lì, ad aspettare che il mare si prosciugasse, per toccare il fondo.


Dopo la Seconda Guerra Mondiale l'Uomo segnò il destino del Lago d'Aral: il sovietico Grigory Voropaev divenne il capo di un progetto di " riqualificazione" (mai parola fu più abusata) agricola della zona. Egli cercò di potenziare la produzione di cotone fino a rendere la vecchia repubblica sovietica (oggi Stato indipendente) dell'Uzbekistan il secondo produttore di cotone dopo gli Stati Uniti. Solo che per fare ciò si doveva "serenamente far scomparire il Lago d'Aral", perchè per potenziare tale coltura c'era bisogno di deviare gli unici due affluenti di questo mare lontano da ogni oceano. Così, a detta sua, si corresse "un errore della natura", usando le acque dei fiumi per l'agricoltura e i grandi acquitrini ricavati dal ritirarsi delle acque per la coltivazione del riso. Peccato che il Lago d'Aral, a differenza del suo nome, sia un mare. Così non acquitrini, ma distese di sale vennero scoperte ai rigidi venti dell'Asia centrale, venti che riuscirono a portare sostanze saline fin su nelle cime dell'Everest. E non solo quello.
L'Uomo nel correggere gli errori della Natura, volle sforzare in ogni modo la coltivazione di quelle terre, con pesticidi e prodotti chimici, fino ad avvelenare non solo quelle zone ma anche quelle vicine. Ci fu un ridursi del Lago e un aumento delle malattie respiratorie e renali.
L'Uomo si è creduto talmente tanto all'altezza di Dio - o proprio libero dalla sua presenza per fare quello che vuole - da vedere quella grande area anche come un luogo idoneo dove sperimentare ordigni di difesa/offesa militare. In questo caso, trattandosi dell'URSS, di ordigni atomici. Sulla ormai scomparsa isola di Vozroždenie vi era una delle più segrete basi militari sovietiche. L'Uomo in tal modo riuscì a cambiare ancora più profondamente la Natura grazie alle radiazioni degli esperimenti atomici. Peccato che l'Uomo stesso faccia parte di questa Natura, di cui ne subisce gli stupri e i tumori. Riusciremo a riempire di nuovo contenuto e di nuova forma i concetti ottocenteschi ormai trapassati di "progresso" e di "modernità"? Riusciremo a rimediare e a riempire nuovamente di vita il Lago D'Aral?

[modificato e riscritto da un articolo già pubblicato in REGGIAMOCI FORTE! http://reggiamociforte.blogspot.it/ ]

venerdì 6 settembre 2013

Incontri ravvicinati di un certo tipo

La sensazione che mi sfiorava sulla pelle e nel cuore mentre pedalavo, qualche giorno fa, sulla pista ciclabile che spesso accoglie il solco dei copertoni della mia bici era di gioia e di serenità. Tutto arrivato come ossigeno nel mio animo a volte un po' abbattuto, in pochi minuti, attraverso la vista, il tempo di una volata per uscire fuori da quella strana dimensione ciclopedonale: un vecchietto che andava in bici in ciabatte e con un portapacchi di fortuna (fatto con una cassetta della frutta), di ritorno da qualche cerca preziosa in mezzo ai campi; una mamma con la propria bambina che camminavano insieme guardando le montagne di fine giornata; un ragazzo prima e una ragazza dopo che consumavano le loro quotidiane endorfine nel loro allenamento serale; due amanti non più tanto giovani, mano nella mano, che camminavano con un passo lento ma sincronizzato; un signore che portava a spasso un cane scodinzolante. Tutto immerso nel colore e nella strana luce settembrina di una giornata che non vuole arrendersi al tramonto.
Fino a qualche anno fa era molto inusuale questo insieme di persone che oggi preferiscono riprendersi, o per gusto o per necessità, i tempi umani lenti che l'automobile non può dare. Soprattutto nella provincia di Torino. Forse la crisi, in qualche ambito e in qualche persona, è stata superata e risolta.

venerdì 5 luglio 2013

Qualcosa che si muove. A Montecitorio. Su due ruote

Ebbene, nel "palazzo" sembra che qualcosa si muova, e lo sta facendo sulle due ruote. I 60 parlamentari che si sono dichiarati favorevoli a una promozione di ristrutturazione legislativa per la ciclimobilità si sono incontrati con le principali associazioni pro-bike: il "palazzo" (o meglio, una parte di esso) ha incontrato la strada.
Riporto qui la buona notizia di questi giorni, fonte la newsletter della FIAB. Ora, si spera che il lavoro parlamentare possa procedere spedito e magari trovare aiuto e facilitazioni dal governo.

Un incontro pubblico sui temi della mobilità in bicicletta si è tenuto a Roma, nella serata di mercoledì 26 giugno, per iniziativa dall'intergruppo parlamentare per la mobilità nuova e ciclistica.

Presenti rappresentanti di diverse associazioni attive nel settore. La più nutrita è stata la delegazione FIAB. Guidata dalla presidente nazionale Giulietta Pagliaccio.

Per il gruppo interparlamentare erano presenti Paolo Gandolfi, già assessore alla mobilità di Reggio Emilia, Antonio Decaro, già assessore alla mobilità di Bari, Michele Mognato, già assessore alla mobilità di Mestre, Roberto Cotti, socio fondatore dell'associazione FIAB di Cagliari "Citta Ciclabile".

Gandolfi ha introdotto la serata presentando il neo-nato gruppo interparlamentare: oltre 60 parlamentari, da diverse parti d'Italia. Tre i punti principali sui quali i parlamentari hanno assicurato il loro impegno:

1. una legge quadro per la mobilità ciclistica, partendo dalle proposte di legge già giacenti alla Camera dei Deputati e dalle migliori esperienze di leggi regionali esistenti;
2. modifica organica del codice della strada per consentire agli enti locali strumenti operativi immediati come ad esempio introdurre il doppio senso di marcia nelle strade a senso unico;
3. il riconoscimento giuridico dell'infortunio in itinere, una garanzia in più, attualmente mancante, per favorire la diffusione dell'utilizzo della bicicletta negli spostamenti casa-lavoro.

L'agenda dettata dai parlamentari è pienamente condivisa dalla nostra Federazione e sui quei temi i nostri esperti potranno assicurare in tutte le maniere ogni contributo possibile. Sono anni che la FIAB studia ed elabora proposte e documenti tecnico-giuridici in materia, confrontandosi anche con le migliori esperienze estere all'interno dell'European Cyclists Federation.