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lunedì 22 giugno 2015

Con chi prendersela


Atene, Lampedusa, Ventimiglia, Ungheria... Europa.
Da settimane (complice una campagna elettorale giocata ancora con una parte politica che detiene gran parte dei media tradizionali e che hanno sorretto la volata della Lega Nord di Salvini) sentiamo parlare dell'emergenza migranti a Lampedusa e a Ventimiglia, che poi emergenza non è; sentiamo della faticosa e difficile partita per non far fallire la Grecia e salvare l'integrazione continentale; sentiamo di nuovi muri che sorgono a est (e a sud); sentiamo di quote, non quote, di austerity, di banche, ecc...

Se questa è l'Europa, potete tenervela. Già.
Atene, Lampedusa, Ventimiglia, Ungheria... Europa.
Da settimane (complice una campagna elettorale giocata ancora con una parte politica che detiene gran parte dei media tradizionali e che hanno sorretto la volata della Lega Nord di Salvini) sentiamo parlare dell'emergenza migranti a Lampedusa e a Ventimiglia, che poi emergenza non è; sentiamo della faticosa e difficile partita per non far fallire la Grecia e salvare l'integrazione continentale; sentiamo di nuovi muri che sorgono a est (e a sud); sentiamo di quote, non quote, di austerity, di banche, ecc...

Se questa è l'Europa, potete tenervela. Già. Peccato che questa non è l'Europa. Tutto ciò ha un nome e un cognome ed è una vecchia e nostalgica conoscenza: Stato nazione.

Se bisogna cercare un colpevole alla mancanza di una decisione equa e centrale da parte delle istituzioni europee, non va cercata nelle istituzioni tali, o almeno, in quelle sovranazionali, in quelle "europee"... ma nei singoli Stati che nella loro miopia vogliono portare avanti interessi particolari, per poi scoprire che la famosa cascata con tanto di salto non è molto lontana, e chissà se si sopravvive al salto.

Lo Stato nazione, con l'estremo pericolo che cova da sempre e che sembra essersi risvegliato più che mai, il nazionalismo, sono più che vivi, e lottano contro chi vorrebbe l'unica prospettiva possibile per questi problemi di grande portata storica: quella globale.

Le quote migranti sembra che verranno affossate al Consiglio europeo (l'insieme dei capi di Stato e di governo dell'Unione, dove servono o unanimità o ampie maggioranze), a Ventimiglia c'è la partita di ping pong tra Italia e Francia, in Ungheria è il governo che vuole costruire muri... La caratteristica di tutte queste vicende è la mancanza di un autorevole (e forte) potere centrale che prenda il posto di questi interessi particolari, per uno di maggiore respiro: insomma, manca l'Europa, l'Unione Europea, che timidamente e difficilmente con i suoi organi sovranazionali (Commissione e Parlamento) riescono a imporre la propria volontà al Consiglio europeo, ai singoli Stati.

Quindi, se questo è lo Stato nazione, tenetevelo, e datemi un poco più di Europa.

à. Peccato che questa non è l'Europa. Tutto ciò ha un nome e un cognome ed è una vecchia e nostalgica conoscenza: Stato nazione.

Se bisogna cercare un colpevole alla mancanza di una decisione equa e centrale da parte delle istituzioni europee, non va cercata nelle istituzioni tali, o almeno, in quelle sovranazionali, in quelle "europee"... ma nei singoli Stati che nella loro miopia vogliono portare avanti interessi particolari, per poi scoprire che la famosa cascata con tanto di salto non è molto lontana, e chissà se si sopravvive al salto.

Lo Stato nazione, con l'estremo pericolo che cova da sempre e che sembra essersi risvegliato più che mai, il nazionalismo, sono più che vivi, e lottano contro chi vorrebbe l'unica prospettiva possibile per questi problemi di grande portata storica: quella globale.

Le quote migranti sembra che verranno affossate al Consiglio europeo (l'insieme dei capi di Stato e di governo dell'Unione, dove servono o unanimità o ampie maggioranze), a Ventimiglia c'è la partita di ping pong tra Italia e Francia, in Ungheria è il governo che vuole costruire muri... La caratteristica di tutte queste vicende è la mancanza di un autorevole (e forte) potere centrale che prenda il posto di questi interessi particolari, per uno di maggiore respiro: insomma, manca l'Europa, l'Unione Europea, che timidamente e difficilmente con i suoi organi sovranazionali (Commissione e Parlamento) riescono a imporre la propria volontà al Consiglio europeo, ai singoli Stati.

Quindi, se questo è lo Stato nazione, tenetevelo, e datemi un poco più di Europa.

domenica 14 dicembre 2014

Avvento elettorale: Matteo Salvini ha ragione!

Devo dar atto a Matteo Salvini che stavolta ha ragione!! Eh sì! Quando ci vuole ci vuole, e bisogna riconoscerglielo!
Sono pienamente d'accordo a mantenere il presepe nelle scuole primarie: è parte della cultura e tradizione italiana, con una storia antica e sempre nuova piena di significati e valori importanti. Anzi, io proporrei ai bambini di farlo tutti insieme in un'ora di lezione con l'insegnante che spiega alcuni di questi bellissimi aspetti.

Per esempio:
1) protagonista è una famiglia migrante, mal vista in patria per i pregiudizi sulla strana e presunta gravidanza extraconiugale di Maria;
2) a Betlemme subiscono l'egoismo e l'ipocrisia di chi non si accorge del bisogno di una ragazza di 15-16 anni in prossimità dei giorni del parto, relegandoli in una mangiatoia;
3) il potere politico (Re Erode) si accorge di loro solo quando diventano una presunta minaccia da cancellare, altrimenti, tanti saluti;
4) diventano emigranti per motivi politici: dovranno scappare e chiedere asilo politico in un Paese straniero (l'Egitto);
5) tra i principali personaggi ci sono gli abbandonati e snobbati da tutti all'epoca: i pastori, ma è proprio a loro che l'angelo si mostra e rivela la Buona Notizia;
6) il presepe racconta la nascita di Chi ha trasformato un messaggio di Salvezza destinato solo a un popolo, quello ebraico, in un messaggio universale per tutti i popoli della Terra, senza distinzioni di etnia e cultura;
7) un formidabile incontro tra culture diverse attraverso il misterioso viaggio dei Re Magi venuti da Oriente;
8) il presepe è stato inventato da un uomo che predicava perdono e pace per chiunque, lupo o saraceno che fosse: san Francesco;
9) nel corso dei secoli il presepe si è arricchito sempre più di influenze e rivisitazioni culturali, dal nord Europa a quelli napoletani, da quelli africani a quelli andini, tutti uguali ma tutti diversi: è al suo interno un mix di varietà e anticonformismo (dai su! Credete davvero alla neve in Palestina?)

Insomma, facendo insieme ai bambini il presepe in classe, spiegando bene loro cosa racconta, si seminerebbero quei buoni valori (universali, non solo cristiani o italiani, non di sicuro "padani") che forse alla Lega non interessano ma faranno capire ai cittadini di domani quanto sia ridicolo, dannoso e ignorante dare il proprio voto a gente come Matteo Salvini.

venerdì 7 febbraio 2014

Il Lago D'Aral, ovvero il costo dello sviluppo umano

Dopo ore di macchina arrivi a Moynaq, la città costiera, famosa perché antico approdo della "via della seta"; ma anche per l'inscatolamento del pesce, che i pescatori prendevano al Lago salato, per sfamare loro e le loro famiglie. Siamo nelle leggendarie terre vicino a Samarcanda, terre di steppe e di antichi racconti. Appena arrivati, trovi ad accoglierti una grossa insegna col nome della città, scritta in caratteri cirillici, una strana reminiscenza d'Europa in questa lontana terra d'Asia. Sotto la scritta la grande immagine di un pesce che salta fuori dal lago. Di navi, a Moynaq, ce ne sono ancora parecchie, tutte vecchie, abbandonate, incrostate dal sale e dal tempo, senza vita e senza porto in cui approdare. Già, senza porto. Non è un'espressione poetica di vecchi studi classici: a Moynaq manca letteralmente il porto. Le navi stanno lì, ferme, appoggiate placidamente sul terreno salino che un tempo accoglieva mare, pesci e pescatori. Se prendete una qualsiasi cartina o un qualunque mappamondo e cercate in Asia il Lago d'Aral, vedrete sì un immenso lago salato chiuso, ma in realtà quel mare non esiste più. Oggi il Lago d'Aral si è ridotto del 90% della sua originaria estensione e la sua più importante città portuale oggi dista centinaia di chilometri dall'attuale costa. L'intero bacino salato è un sinistro paesaggio apocalittico dove giacciono antichi relitti ritornati alla luce del sole con quelli nuovi, che non videro mai le profondità del mare, ma che semplicemente furono abbandonati lì, ad aspettare che il mare si prosciugasse, per toccare il fondo.


Dopo la Seconda Guerra Mondiale l'Uomo segnò il destino del Lago d'Aral: il sovietico Grigory Voropaev divenne il capo di un progetto di " riqualificazione" (mai parola fu più abusata) agricola della zona. Egli cercò di potenziare la produzione di cotone fino a rendere la vecchia repubblica sovietica (oggi Stato indipendente) dell'Uzbekistan il secondo produttore di cotone dopo gli Stati Uniti. Solo che per fare ciò si doveva "serenamente far scomparire il Lago d'Aral", perchè per potenziare tale coltura c'era bisogno di deviare gli unici due affluenti di questo mare lontano da ogni oceano. Così, a detta sua, si corresse "un errore della natura", usando le acque dei fiumi per l'agricoltura e i grandi acquitrini ricavati dal ritirarsi delle acque per la coltivazione del riso. Peccato che il Lago d'Aral, a differenza del suo nome, sia un mare. Così non acquitrini, ma distese di sale vennero scoperte ai rigidi venti dell'Asia centrale, venti che riuscirono a portare sostanze saline fin su nelle cime dell'Everest. E non solo quello.
L'Uomo nel correggere gli errori della Natura, volle sforzare in ogni modo la coltivazione di quelle terre, con pesticidi e prodotti chimici, fino ad avvelenare non solo quelle zone ma anche quelle vicine. Ci fu un ridursi del Lago e un aumento delle malattie respiratorie e renali.
L'Uomo si è creduto talmente tanto all'altezza di Dio - o proprio libero dalla sua presenza per fare quello che vuole - da vedere quella grande area anche come un luogo idoneo dove sperimentare ordigni di difesa/offesa militare. In questo caso, trattandosi dell'URSS, di ordigni atomici. Sulla ormai scomparsa isola di Vozroždenie vi era una delle più segrete basi militari sovietiche. L'Uomo in tal modo riuscì a cambiare ancora più profondamente la Natura grazie alle radiazioni degli esperimenti atomici. Peccato che l'Uomo stesso faccia parte di questa Natura, di cui ne subisce gli stupri e i tumori. Riusciremo a riempire di nuovo contenuto e di nuova forma i concetti ottocenteschi ormai trapassati di "progresso" e di "modernità"? Riusciremo a rimediare e a riempire nuovamente di vita il Lago D'Aral?

[modificato e riscritto da un articolo già pubblicato in REGGIAMOCI FORTE! http://reggiamociforte.blogspot.it/ ]

sabato 9 novembre 2013

Il 9 novembre tra muri e ponti che crollano



I ponti mettono in comunicazione le persone situate su due sponde. Partiamo da questa banalissima certezza. E non è tale solo da un sacrosanto punto di vista culturale e sociale: gli uomini costruiscono i ponti perché, come già scriveva Aristotele, non possono fare a meno gli uni degli altri. Quindi banalmente per il commercio, per raggiungere dei campi, una strada, delle fonti potabili... i ponti mettono in comunicazione le idee e le culture, ma anche le necessità e le risorse.

Quando il 9 novembre 1993 le truppe croato-bosniache abbatterono il Ponte Vecchio di Mostar, meraviglia costruita nel 1566 per ordine di Solimano il Magnifico, la popolazione musulmana di Mostar (e tutti coloro che avevano creduto in una convivenza pacifica) non ricevette solo un colpo psicologico, ma anche materiale: avevano perduto l'accesso all'acqua potabile, in una guerra in cui gli aiuti umanitari dell'ONU difficilmente riuscivano a raggiungere la loro destinazione perché bloccati dai diversi gruppi armati. Quel ponte era la sopravvivenza materiale di quella gente, prima di quella culturale e spirituale.
Prima dello scoppio della guerra, a Mostar la popolazione mussulmana e quella croata erano in percentuali pressapoco uguali: 34,8% quella mussulmana, 33,8% quella croata. I serbi erano in netta minoranza (19%)¹. Insomma, Mostar era croata tanto quanto fosse musulmana.
Nel 1993, mentre le tv di tutto il mondo erano concentrate soprattutto sulla capitale Sarajevo e sul confine con la Serbia, in questa altra parte del Paese si combatteva un'ulteriore guerra tra croato-bosniaci (appoggiati dall'allora governo croato, tanto quanto Milošević appoggiava Karadžić) e musulmani. La distruzione del Ponte Vecchio fu una rappresaglia dopo la conquista di diversi villaggi da parte delle truppe musulmane, in particolare quella della cittadina di Vares, saccheggiandola, con morti e distruzioni e con la fuga dei 12000 abitanti croati. Occhio per occhio. 

Tutto questo quando le principali potenze dell'epoca erano bloccate su come dividere la Bosnia-Erzegovina: da anni stavano discutendo su quanti cantoni la Bosnia doveva avere, sul metraggio dei confini tra un cantone e l'altro, sulle percentuali di popolazione aveva un determinato territorio per assegnarlo a una o un'altra zona... erano le discussioni del camaleontico Piano Vance-Owen. Mentre serbi, musulmani e croati si sparavano a vicenda per cambiare la composizione etnica delle città e delle vallate, le principali potenze internazionali discutevano a Ginevra o a New York, alimentate spesso da interessi geopolitici o di parte.

La storia ci ha consegnato il 9 novembre per un'altra epocale ricorrenza: l'abbattimento del Muro di Berlino. Dopo anni di Guerra Fredda, due Stati creati a tavolino per esigenze di equilibrio internazionale, finalmente ritornavano a unirsi per formare l'odierna Germania. Nel 1989 si abbatté un ostacolo alla riunificazione di famiglie, di una città, di una nazione. Quella stessa Germania, insieme a Francia, Regno Unito, USA e Russia pochi anni dopo si contendeva la sua fetta di egemonia in una zona strategica per l'intero continente: i Balcani.
Un muro che cade, un ponte che crolla. Quale azzeccata coincidenza ci ha regalato la storia! 

Forse questa data accoglie in sé questi due eventi proprio per questo motivo: per ricordare a noi europei che spesso siamo in gamba a enunciare principi e valori di pace, fratellanza e democrazia, ma quando si tratta di spostare lo sguardo sulla nostra periferia viene a mancare la volontà. I muri dentro casa sono per fortuna crollati, ora lasciano spazio a muri più alti e più ansiosi verso l'esterno.
Quali ponti stanno ancora crollando oggi? O meglio, quali "muri" stiamo ancora edificando, nel 2013? È normale ragionare di due sponde, quelle del Mediterraneo, parlando che una delle due debba essere "difesa"? Non è che alla base delle "attraversate della speranza" ci sia la stessa necessità che sta alla base di un ponte: vivere, rispondere a delle necessità essenziali?

Oggi il Ponte Vecchio di Mostar è stato mirabilmente ricostruito (un consiglio: se avrete mai l'opportunità di farlo, visitatelo) ed è, a fatica, nuovamente al centro della vita cittadina e turistica di questa città. La ricostruzione fisica ha avuto successo (anche grazie agli aiuti economici dell'Unione Europea), ma domandiamoci quanto lo abbia avuto quella spirituale. Mi piace pensare che forse sarebbe bello che energie, risorse e attenzioni vengano spese anche per la costruzione di un ulteriore ponte: quello che unisce l'Africa con l'Europa. Concretamente smettere di avere la sindrome da secolo XI quando Ungari, Mori e Normanni attaccavano l'Europa dall'esterno e proviamo a capire i meccanismi che hanno messo in moto questa nuova ecatombe per provare ad agire; prendiamo forse un po' più esempio dai romani del tardo Impero, quando si resero conto che era molto meglio integrare le popolazioni barbare invece che inutilmente respingerle. Da quell'integrazione, secoli dopo, è nata l'Europa medievale con i suoi regni, le sue lingue, le sue cattedrali, i suoi palazzi, i suoi pensatori e poeti: con la sua multiforme ricchezza. I ponti che vengono costruiti all'inizio solo per necessità, mettendo in contatto culture diverse, generano con il tempo un tipo particolare di ricchezza.

"Unità nella diversità". Ebbene sì, questo è il motto dell'Unione Europea. Tra i molti simboli di cui l'Unione si è dotata questo è tra quelli che preferisco. Non lasciamo però anche questo nel cortile di casa e gettiamolo oltre il muro, oltre l'ostacolo, nella periferia a noi vicina.


¹ Dati del censimento del 1991, S. L. Burg, P. L. Shoup, "The war in Bosnia-Herzegovina", M. E. Sharpe, New York, 2000

mercoledì 26 giugno 2013

Guerra alla semantica

La prima vittima è sempre lei: la verità. E forse ancor prima la sua forma più umana, più diretta, più immediata: la parola.
I romani dicevano "prepara la guerra se vuoi la pace". Già. Questo ancora prima della nascita di Cristo, più di duemila anni fa. Forse i romani, benché sanguinari e terribili nelle terre che andavano a conquistare, non avevano armi così potenti come i cacciabombardieri F-35. E neanche così costosi. Oggi, nel 2013, non basta avere una bomba atomica o armi chimiche per distruggere un Paese, una popolazione, una Nazione... bastano le cosidette "armi convenzionali", più qualche bel migliaio di mine, e il gioco è fatto. Noi italiani ci accontentiamo, siamo di basso profilo, possiamo largamente ammazzare senza il rombo dei funghi atomici.

Per decenza o per paura di contestazioni una persona che è a capo di un ministero così importante dovrebbe forse, per difesa sua, non oltraggiare in questo modo i concetti, le idee, i valori: dire di armare la pace per amarla è come dire di stuprare una donna per farci l'amore.

lunedì 10 giugno 2013

Il canto gregoriano

Il canto gregoriano si levava profondo nell’aria, penetrando l'immobile staticità e spingendo in su il fumo delle candele e dell’incenso; voci che nascono nell’ombra, canto che cerca luce e cielo, canto immerso e impregnato nel Silenzio. Prima che l’alba si levi per riscaldare il giorno, il canto dei monaci si innalza per riscaldare le loro coscienze dal buio e dal sonno.
Unisono ricco di molte voci profonde, ritmo lento e deciso, ancestrale, come l’onda del mare sulla spiaggia, parole ancora più antiche del mare e del mondo, create, scritte e pronunciate per quegli uomini soliti a svegliarsi nel mezzo della notte in cerca di luce. Parole che salgono al cielo rischiarato dagli astri del mattino per tutti gli uomini, tramite altri uomini.
Non sempre la luce squarcia le ombre, il sonno, il peccato, ma è presente, è viva e tremante, freme e lotta per riempire di pace lo spazio, il tempo e le tenebre dell’uomo.
Silenzio.

Nuova musica, altra voce: il silenzio.
L’ascolto della sua parola senza vibrazione, della sua onnipresenza nella chiesa fa sì che la preghiera diventi dialogo. Ora è il respiro dei monaci, svelato dalle ore fredde, a salire timidamente dai loro cappucci bui.
La solitudine di uomini che si riempiono dello Spirito di ogni cosa, di ogni essere, di ogni uomo e donna, solitudine che abbraccia la relazione con il Tutto, con il Creato, con il Creatore.
Difficile, a volte terribile, vegliare nelle tenebre notturne, le sentinelle del mattino scarseggiano, anche tra gli uomini di fede. Costoro che sono intimi di Dio saranno ascoltati? Le loro lodi e le loro preghiere raggiungeranno le stelle che piano piano si spengono, pronte a lasciare spazio all’irrompere del giorno? Noi un poco anche tramite loro, otterremo un poco di pace dal Male?
Un chiarore nel silenzio si fa strada sul pavimento di pietra vecchio di secoli, una linea che si allarga sempre più, entrando da una finestra rivolta verso oriente: l’attesa è finita.
Un giorno ancora è stato concesso, il Regno ancora però non è giunto. Quanto ancora il canto e il silenzio del monaco dovranno squarciare il buio di questo mondo votato all’ingiustizia degli uomini e all’ingiustizia degli eventi, affinché il Creato e l’uomo trovino il loro compimento nel Regno promesso? Quando il Signore Dio tornerà a farsi vedere nella luce che ci riempirà tutti senza più lasciare spazio alle nostre profonde e gelose ferite? Le gole dell’anima si nascondono dal chiarore dolce e caldo che pervade ogni nostro mattino terreno.
La giornata inizia, i monaci escono piano, al suono della campana, uno a uno, in silenzio, pronti a togliersi i cappucci per riscaldare il viso con il raggio di sole che timidamente è nato. Ma sono pronti per il giorno dopo ad attendere la luce, un’altra luce, speranza rinnovata in un giorno senza notte, senza buio, senza fine.

Ogni giorno si staglia l’assemblea dei monaci, roccaforte del Silenzio, elevatasi su di un monte che spunta dalla coltre poco chiara, miscellanea di smog, di cemento e di vociare confuso delle antenne televisive.
Nella mia strada c’è troppo rumore, nella mia testa c’è troppa confusione e torpore: se il Regno è giunto spero che gli Uomini del Silenzio siano riusciti a sentirne le trombe festanti.

giovedì 6 giugno 2013

Palestina 2009

I piedi son freddi
dentro il carroarmato
occhi per terra
che vedono guerra
occhi nel cielo
che piangono missili
occhi sbarrati
che vedono morte.
Occhio per occhio.
I piedi son freddi.
Piedi di bambini che calpestano il sangue della mamma
uscito dalla testa assieme ad una pallotola.
Sassi in terra, sassi per aria, sassi pesanti;
Invece del muschio c'hanno bene attaccata la rabbia.
Sputi sulle barbe
di ogni religione
il rasoio arriva, arriva la lama
ma oltre alla barba taglia la gola.
Sangue sui piedi
sangue colato freddo
ancora domani
ancora una scelta
prima di pace.