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sabato 22 ottobre 2016

Il Presidente è salvo!

Attenzione!
Questo post non vuole dare un giudizio COMPLESSIVO sulla recente Riforma Costituzionale, la Riforma Boschi, licenziata in primavera dal Parlamento italiano dopo 6 letture. Vuole essere solo un tentativo di fare chiarezza e togliere dubbi (e bufale) su un singolo aspetto di questa riforma. Non mi addentro in un'analisi completa, quindi non basta l'aspetto affrontato qui per avere un giudizio complessivo. Questo e la scelta di votare SÌ o NO il 4 dicembre 2016 spetta a voi!

Spesso in questi mesi di campagna referendaria riguardante l'ultima Riforma Costituzionale, la cosiddetta Riforma Boschi, partecipando a incontri, organizzati da comitati per il SÌ e da comitati per il NO, leggendo articoli, opinioni, post e commenti sui social, ho sentito e letto la seguente frase:

Questa riforma è un pericolo per la democrazia, perché insieme all'Italicum, da una maggioranza schiacciante a un partito solo, che potrà perfino scegliersi e votarsi da solo "un presidente della maggioranza"!

Insomma, la famosa questione del COMBINATO DISPOSTO. Questa obiezione è stata assunta come cavallo di battaglia anche dalla cosiddetta minoranza PD, legata a Bersani, Speranza, ecc... nell'ultima direzione del partito. Quindi è molto spinosa perfino all'interno del principale partito promotore di questa Riforma.

Ora lungi da me entrare nel merito di cosa voglia dire "un presidente della maggioranza" (non è forse sempre così? Ciampi, Napolitano e Mattarella non sono stati forse espressione in primis della maggioranza nata dalle elezioni politiche nazionali?), mi sono domandato: MA È REALMENTE COSÌ? CI SONO VERAMENTE QUESTI RISCHI PER LA DEMOCRAZIA? Cioè, chi ha scritto e votato la riforma ha per caso così impunemente pensato di farla franca e di mettere un cavillo tale per relegare la più alta carica dello Stato a "passacarte della maggioranza"?

Per risolvere la questione si può fare solo una cosa, e non è divertente nè piacevole... Bisogna usare la matematica! Ma tranquilli, non andremo oltre a nozioni che ci hanno insegnato fino alla terza media... penso che pochi minuti spesi in questa maniera ci aiutino a compiere un nostro dovere: avere un giudizio sano e ragionato come cittadini.

SISTEMA ATTUALE
Nella nostra Costituzione la figura del Presidente della Repubblica viene descritta nel Titolo II, dall'art.83 all'art.91. La sua elezione è trattata al terzo comma dell'art.83.
Attualmente si svolge così:
CHI?
630 deputati + 315 senatori + senatori a vita + 59 delegati = 1004 e più "grandi elettori".
COME?
  • VOTAZIONI I, II e III: il candidato ha bisogno di una MAGGIORANZA QUALIFICATA dei due terzi (66%) dei voti.
  • VOTAZIONE IV e successive: si passa a una MAGGIORANZA ASSOLUTA (50%) dei voti. Sergio Mattarella, per capirci, è stato eletto proprio alla quarta votazione, una volta che si è abbassato il quorum dal 66% al 50%.

SISTEMA DISEGNATO DALLA RIFORMA BOSCHI
Premessa fondamentale: con la riforma passiamo da un bicameralismo paritario (o perfetto) a uno differenziato, con il Senato che si riduce e cambia funzione, divenendo una camera delle rappresentanze locali.
CHI?
Il Parlamento e solo lui: 630 deputati + 100 senatori + ex presidenti della Repubblica (unici senatori a vita rimasti se passa la riforma) = 730 parlamentari + gli ex-Presidenti della Repubblica (per comodità parleremo di 730 e non di 731, attualmente c'è solo Napolitano come ex-Presidente)
COME?
  • VOTAZIONI I, II e III: il candidato ha bisogno di una MAGGIORANZA QUALIFICATA dei due terzi (66%)
  • VOTAZIONI IV, V, e VI: il candidato ha bisogno di una MAGGIORANZA QUALIFICATA dei tre quinti (60%)
  • VOTAZIONE VII e successive: il candidato ha bisogno di una MAGGIORANZA QUALIFICATA dei tre quinti (60%) ma non più degli aventi diritto ma dei presenti in aula.
LA MAGGIORANZA ASSOLUTA (quella che permette di essere eletti con solo il 50% + 1 dei voti) NON C'È PIÙ, ma rimangono solo quelle con quorum più alto.

Ok, ok, ma l'Italicum dà il 54% dei voti alla maggioranza! Ben oltre il 50%! Quindi chi vince le elezioni con l'Italicum riesce a imporre il suo candidato alla Presidenza della Repubblica!

E invece no.

Perché è vero che l'Italicum prevede un premio di maggioranza del 54%, ma dei soli deputati: 340. Il 50% dell'insieme dei parlamentari (deputati + senatori) è 365.


Vedi? Così comunque mancano solo 25 voti! E così la maggioranza si prende la Presidenza della Repubblica senza problemi.

E invece no... di nuovo.

Perché abbiamo detto che la MAGGIORANZA ASSOLUTA (quella che pone come quorum il 50%) non c'è più, abbiamo solo MAGGIORANZE QUALIFICATE che pongono il quorum al 66% e al 60%. Calcolata tra l'altro sull'intero Parlamento (Camera + Senato) e non solo sulla Camera dove vige l'Italicum.

Facciamo un gioco per capire meglio: immaginiamo che la lista/partito Partito della Peperonata vinca le elezioni nazionali e che sia estremamente compatto (cosa rara in realtà, leggasi "Romano Prodi 2013") su un candidato per la Presidenza della Repubblica. Il suo nome è Pietro Pepito. Il signor Pepito ha sicuri i 340 voti PdP (il Partito della Peperonata), su 730. Ma quanti voti il PdP deve racimolare ancora per far eleggere il suo candidato?

Nelle prime tre votazioni il PdP avrà bisogno in totale di 482 voti (66% di 730) dalla quarta alla sesta di 438 voti (60% di 730). Dovrà perciò cercare nelle prime tre votazioni 142 voti IN PIÙ e dalla quarta alla sesta 98 IN PIÙ a quelli già in suo possesso. 142 e 98 voti su 730 sono numeri considerevoli... si deve per forza passare attraverso un accordo con le minoranze, anche perché non hai speranze di forzare la situazione sperando di resistere fino all'abbassamento del quorum al 50%, perché, come dicevamo prima, il quorum non scenderà più.


Caso particolare è la SETTIMA VOTAZIONE: da questa in poi il quorum del 60% viene calcolato non più sugli aventi diritto al voto, ma solo sui presenti. Quindi tecnicamente e ipoteticamente c'è la possibilità che bastino meno voti.

Ah! Ecco, basta aspettare la settima votazione e si eleggerà "un Presidente della Repubblica eletto da 10 - 15 persone" (Salvatore Settis)!

E invece no. L'obiezione è priva di logica, vediamo il perché. Basta calcolare quanti parlamentari debbano essere assenti, uscire dall'aula, affinché 340 (l'unico pacchetto di voti sicuro del nostro Partito della Peperonata, quello ottenuto dall'Italicum) possa diventare il 60% dei presenti in aula. Rispolveriamo le proporzioni insegnateci alle medie e cerchiamo di capire quanti parlamentari formano il 100% se 340 è il 60%:

y = numero di parlamentari necessari in aula perché 340 sia il 60%

340 : 60 = y : 100

y = 340 X 100 / 60 = 567

Perciò affinché il PdP (che ha vinto le elezioni con l'Italicum) possa votare il signor Pietro Pepito senza tener conto dei voti delle opposizioni, dalla settima votazione bisogna che in aula rimangano "solo" 567 parlamentari. In pratica c'è bisogno che d'aula escano 163 parlamentari (730 - 567 = 163)

Già. Quindi vuol dir che dall'aula devono uscire minimo 163 parlamentari delle opposizioni. 163!!! Non è che si raggiunga una tale soglia con l'influenza stagionale... forse col glutalax alla bouvette... Oppure, come dice il prof. Settis, se il Presidente della Repubblica viene eletto con 10 persone in aula, vuole dire che ne devono uscire 720. 720 parlamentari che non entrano in aula!! Ma perché? 
Quello che può capitare è una "assenza costruttiva" una volta trovato un accordo tra maggioranza e opposizioni: "Io voterei un altro candidato, ma per non lasciare il Paese in una fase di stallo e a certe condizioni, esco e ti permetto di votare il tuo candidato e permetto al Paese di avere un Capo di Stato".

Insomma, per il signor Pietro Pepito del Partito della Peperonata non è così semplice e immediato arrivare al Colle...

RICAPITOLIAMO:
  1. il quorum per l'elezione del Presidente della Repubblica viene alzato significativamente (66% e 60%), non basterà più solo la maggioranza assoluta (50%);
  2. questo quorum è alto perfino per chi ha il premio di maggioranza alla Camera con l'Italicum, il COMBINATO DISPOSTO non da il potere al partito vincitore di imporre un proprio candidato da solo;
  3. per eleggere il Presidente della Repubblica la maggioranza DEVE per forza accordarsi per trovare dai 142 ai 98 voti che gli mancano per dare al Paese un Capo di Stato;
  4. il numero necessario di parlamentari assenti dalla settima votazione è così alto (163 minimo se la maggioranza data dall'Italicum rimane compatta) da verificarsi solo in casi di "assenza costruttiva", cioè di un'assenza voluta e frutto di accordi di una o più minoranze;
  5. in sostanza, IL PRESIDENTE È SALVO! Non vi è nessun indebolimento e smantellamento di una delle principali garanzie democratiche della nostra Repubblica.  

Qui uno schema riassuntivo:


Ok, va bene, può essere, ma tanto io voto NO per altri mille motivi!

Legittimo: come ho scritto all'inizio, questo non vuol essere un giudizio complessivo alla Riforma, ma solo in uno dei suoi punti. Se le tue valutazioni complessive su anche gli altri punti della riforma ti portano a scegliere di votare NO il 4 dicembre allora è giusto e coerente così... altrettanto per li SÌ. Quello del Presidente della Repubblica è solo uno dei punti, di sicuro importante, ma non l'unico. Quello che ti consiglio è di valutare anche gli altri punti della riforma (Senato delle autonomie, bicameralismo differenziato, CNEL, referendum propositivi, quorum dei referendum, leggi di iniziativa popolare, Titolo V e rapporto Staro-Regioni, stipendi dei consiglieri regionali, ecc...) e poi di tirare le somme.

Scusate la lunghezza, spero che questo articolo possa aiutare a capire meglio e a farsi un'idea più chiara sulla Riforma costituzionale. Buon voto!

lunedì 14 settembre 2015

Qualcosa di storto in questa visione dello Stato di diritto

"Cercavi giustizia, trovasti la legge"

Credo che non si possa iniziare diversamente questo post, in questo mio blog a sfondo ciclabile, citando il buon De Gregori con la sua bella ballata che racconta dell'eroe Gilardengo e dell'amico Sante Pollastri. La giustizia non appartiene a questo mondo, possiamo solo accontentarci della legge, della legge degli uomini s'intende. Non è molto, non ci azzecca sempre, ma questo abbiamo: dall'Impero romano a oggi, passando per i giusnaturalisti e qualche rivoluzione, i nostri padri ci hanno lasciato in eredità - magari passando per esperienze terribili quali il fascismo - una cosa chiamata "Stato di diritto", in cui le libertà fondamentali dovrebbero essere riconosciute, difese e promosse (e non solo promesse). Per tutti. Sì, perchè l'uguaglianza, valore sacrasanto che il 1787 e il 1789 hanno osato rendere politico, è la volta che sorregge tutta la cupola di questa eredità giuridica che, senza saperlo, viviamo e respiriamo fin dalla tenera età, fin dai banchi di scuola, nostra prima occasione di esperienza civica e laica in un luogo pubblico.

È indubbio che durante i miei anni di vita una grave minaccia allo Stato di diritto è stata quella rapprensentata dai governi Berlusconi, in cui più e più volte si è svilito, attaccato e a volte colpito quel sacrosanto valore per cui siamo tutti e tutte uguali di fronte la legge.
Così l'Italia, Paese delle clientele, ha potuto vedere e ammirare il lavoro e la denuncia fatta da diversi giornalisti che, forse più di tutti (insieme ai magistrati), hanno subito gli attacchi mediatici del ventennio berlusconiano quando non si allineavano alla propaganda dettata dal governo. Alcuni hanno fondato piattaforme televisive, altri addirittura giornali.
Io sono stato uno di quelli che era felice della nascita de Il Fatto Quotidiano, un giornale che vedevo come una piazza in cui liberamente (senza interessi politici alle spalle) alcune firme potevano raccontare ciò che capitava in questo Paese tanto ovattato dalla propaganda. Ritenevo che possedesse ciò che per un giornale è importante: la credibilità. Da tempo però mi devo ricredere, e non solo per il caso qui raccontato.

L'altro giorno - dopo qualche giorno in cui il fatto fece scalpore sulla stampa nazionale - mi è capitato di leggere questo articolo a firma di Thomas Mackinson e mi son detto: "Ok questo è troppo".

La vicenda è nota: un ex professore, Giovanni Scattone, condannato per l'assassinio di Marta Russo (ero piccolo, ma ricordo perfettamente quanto i tg all'epoca davano spazio alle indagini di questo intricato omicidio), dopo aver scontato la pena vince una cattedra come insegnante nello Stato. Attenzione, "dopo aver scontato la pena". Dopo una settimana di polemiche Scattone ha rinunciato alla cattedra.
Ora, Mackinson incomincia una riflessione se sia giusto o meno che un individuo condannato come assassino possa, una volta scontata la pena, fare certi lavori. Io aggiungerei, il "suo" lavoro. Non voglio entrare nella polemica se sia stato realmente Scattone a compiere quel delitto (si è sempre dichiarato innocente), ma il punto è che per lo Stato di diritto, se tu hai scontato la pena prevista dalla legge, sei di fronte alla legge e allo Stato riabilitato, hai "pagato il tuo debito con la società", si dice. Per Mackinson e per Il Fatto Quotidiano parrebbe di no. Inoltre noto che spesso la tecnica utilizzata è mettere in campo un esperto, un professore, che ovviamente dia ragione alla tesi della redazione... senza però aprire un vero confronto e senza neanche aver la pretesa di dire o meno se l'opinione espressa sia accademicamente riconosciuta o maggioritaria.

Il fatto che un assassino ritorni al suo lavoro può farci storcere il naso e il cuore, ci può far gridare che Scattone debba marcire in cella o debba almeno trovarsi un lavoro diverso dal quale gli avrebbe permesso di compiere il suo "delitto perfetto", ma non funziona così lo Stato di diritto. Trovo altamente pericolosi questi atteggiamenti quanto lo erano quelli del governo Berlusconi, che miravano a sancire un cittadino più uguale di altri. Se poniamo che la pena non cancella la colpa e non recupera il condannato, ci perdiamo secoli e secoli di faticosa eredità lasciataci dai nostri padri. Piaccia o non piaccia, è un diritto di Scattone, una volta scontata la pena, di essere riabilitato, come di qualunque cittadino facente parte di una comunità di persone che scelgono lo Stato di diritto come cornice in cui promulgare le proprie leggi.

Insomma il paradosso è compiuto: uno dei pulpiti che in passato ha difeso lo Stato di diritto oggi si pone contro alcune delle sue espressioni elementari e sacrosante. E potrei citare altri esempi, come la polemica nata mesi fa su Adriano Sofri, ben cavalcata da Marco Travaglio e dal suo senso della legge (per fortuna esistono persone come Ascanio Celestini!).

Il problema è che questo atteggiamento... ehm... giustizialista (sì, l'ho detto e mai mi sarei immaginato un giorno di dirlo, benché faccia parte del linguaggio berlusconiano) spesso viene presentato come vero spirito di difesa dello Stato di diritto. Io temo che ciò ci porterebbe da altre parti e non so come possa solo venire in mente di aprire una discussione se sia lecito o meno questo diritto in un articolo di un giornale; e allora non solo dovremo fare a meno della giustizia, ma anche di quel palliativo con cui noi mortali cerchiamo di imitare Dio chiamata legge di diritto.

domenica 21 giugno 2015

Cuore e Testa, Satira e Politica

Ripropongo qui, cambiandone leggermente il titolo, un post datato che scrissi dopo una riflessione con un amico e che questi volle sul suo portale politico (leggibile qui) dopo le disastrose elezioni politiche del 2013.
Aggiungo due righe di commento col senno di poi: la condizione di "movimento" del soggetto politico creato di Grillo è ormai persa chissà dove con la cristalizzazione di un direttorio e di chi ha il compito di sancire il limite di divergenza citato nell'articolo. Renzi è diventato segretario del PD, Presidente del Consiglio, sta faticando a portare avanti il suo programma di governo derivante da una legittimazione basata sulle primarie (e non da un voto nazionale) e mi viene da dire (un po' ironicamente) che la sua azione di governo sta dando parecchi spunti su cosa possa essere la complessità in politica... Trovo ancora molto valide queste parole e mi piange il cuore che un salto dalla Satira alla fine alcuni soggetti politici l'hanno fatto: verso il populismo finalizzato all'autoconservazione e verso il nazionalismo finalizzato alla presa del potere.


Io credo che la realtà sia complessa. Il modo in cui la si legge e la si comunica denota anche il modo con cui affrontarla. Non per forza vi sono modi univoci, totalizzanti, possono esserci diversi modi di leggere la realtà, tutti legittimi, a seconda del contesto.

Per esempio la satira ha il dovere di semplificarla per mettere in luce brutture e assurdità con lo scopo di accendere una lampadina, una domanda nel cervello. Il fine ultimo non è lo sberleffo puro e semplice per ridere. Il fine ultimo è morale: creare una riflessione. In questa lettura la satira diviene così la miccia per altro: la riflessione di una cosa più complessa.

Dopo la fase dell’assurdo, della risata indirizzata al “re nudo” o agli “idioti”, bisognerebbe fare i conti con la complessità delle cose. Ultimamente in Italia abbiamo abbracciato il rifiuto della complessità: sono tutti uguali, tutti sono contro di noi, chiunque con un po’ d’istruzione ed esperienza può occuparsi di temi a livello nazionale, l’onestà è l’unico elemento discriminante, sono ingenui perdoniamo loro certe uscite, ecc… Questo rifiuto non è nuovo: lo abbiamo avuto già da molti anni da Berlusconi e purtroppo dal Centrosinistra.

Credo che la realtà, quando viene riconosciuta come materia complessa, dovrebbe essere oggetto della Politica, quella con la P maiuscola, vera e bella… quella “cosa” che non solo sa guardare le cose nel suo insieme, dall’alto, per leggere la grande trama di una “polis”, di una società, di un Paese, fatti di innumerevoli fili, ma anche quell’arte che riesce a scovare i punti su cui porre le leve per sollevare e cambiare la realtà stessa.

Le letture e gli strumenti non sono sempre gli stessi nel corso della storia e questo dovrebbe far riflettere se gli strumenti oggi adottati per fare politica (i partiti, in primis) siano ancora efficaci. Secondo il Movimento 5 Stelle no. Secondo altri sì. Secondo altri ancora ni. Indubbiamente i partiti in stile Pci, Dc o anche Forza Italia e Ds (ma si potrebbe citarne altre odierni) non possono essere oggi strumenti validi ed efficaci di fronte alla complessità e alle richieste di cittadinanza attiva che oggi si fanno strada per reazione a una continua riduzione del potere dello Stato rispetto alle decisioni sovranazionali, che siano queste di organismi internazionali o di mercato.

Inoltre la caduta delle ideologie ha fatto sparire – a mio giudizio per fortuna – il “voto sulla fiducia”, quella x posta sulla falce e martello o sullo scudo crociato indipendentemente dalle proposte e dalle persone, perché era il riconoscersi in un mondo, in un pacchetto di idee, facilmente riscontrabili a diversi livelli della vita di una persona (dal quotidiano fino alla contrapposizione tra Unione Sovietica e Stati Uniti). Questo modo di ragionare oggi non è più efficace in un contesto dove le cose si sono fatte tutte maledettamente più complesse dagli anni Novanta in avanti.

Vi è un’incapacità di capire o di accettare questa complessità che oggi si manifesta per esempio nelle migliaia di anime, idee e fantasie al potere dei movimenti. L’incapacità del Pd di fare autocritica sta anche nel peccato originario del non riconoscere questi movimenti: partito “di popolo”, il Pd in questi anni ha spesso sconfessato le spinte e i laboratori provenienti non dalla pancia, ma dal cuore e dalla testa della gente. Non si tratta di giudicare i contenuti, in altre sedi si potrà fare questa operazione. C’è un mondo frustrato e snobbato dal principale partito della sinistra italiana: ancora riecheggiano le fatwa di D’Alema sui girotondini o sulla “politica al di fuori dei politici di professione”.

Oggi la complessità della realtà dovrebbe orientare a domande e scelte che coinvolgano quel variegato mondo dei movimenti, delle idee, che da decenni cresce all’ombra della politica, che cerca disperatamente uno spazio politico. Il problema è che questo mondo ha trovato uno spazio e un pigmalione in Beppe Grillo e nel suo blog. Riguardo al rapporto tra movimenti e Movimento 5 Stelle rimando alla lucida e interessante riflessione del collettivo Wu Ming (non certo persone assimilate al “sistema”, come potrebbe obiettare un attivista 5 Stelle nel sentire certe critiche), in cui viene spiegato come Grillo abbia “fagocitato” di fatto movimenti che invece si sono sviluppati in altri Paesi.

Indubbiamente Beppe Grillo ha il merito di aver tenuta accesa e di avere ampliato, dal suo blog e nelle piazze, un’onda critica su molti temi a proposito dei quali la sinistra ha taciuto o è stata compromissoria. Ma questo, appunto, è il compito della satira. Ora che Grillo ha fatto il passo successivo, continua a mantenere i tratti del “satirico” o ha cambiato anche registro di lettura e azione sulla realtà?

Quando Grillo le spara grosse su temi importanti (la frase “la mafia non uccide i suoi clienti”, la vaghezza sulla sua idea di redditto di cittadinanza, l’attacco all’art.67 della Costituzione o altre esagerazioni anche su numeri e temi tecnici) semplifica e usa un meccanismo satirico. Lo dico senza dare un giudizio di merito sui contenuti (questa riflessione non è la sede adatta). Un meccanismo del genere porta di sicuro all’indignazione, ma è difficile che crei la conseguente riflessione sulla complessità. Si salta in pratica un passo, quello decisivo, il più importante. Quello della politica. E infatti il Movimento 5 Stelle si è presentato con un programma costruito nel 2009 per le elezioni amministrative e locali: se realmente si definisce un movimento, perché queste idee rimangono cristallizzate dopo quattro anni e soprattutto non vengono ampliate, modificate rispetto a una consultazione parlamentare di carattere nazionale?

Temo che Grillo volutamente rimanga nel lessico e nella semantica della satira per convenienza, per rimanere perennemente solo nella fase dell’indignazione, magari anche necessaria, ma eludendo il più possibile il momento della politica: lascia questo compito agli attivisti, che quando devono prendere decisioni sulla condotta personale (riduzione degli stipendi e restituzione dei rimborsi elettorali) ovviamente riescono nel loro intento, ma quando c’è da discutere e operare in concerto con le altre componenti della società (sia buone che cattive) trovano non poche difficoltà, come Pizzarotti a Parma. Questo accade, a mio avviso, per via dell’intransigenza del programma, scaturita appunto da una perenne indignazione e rabbia contro il vecchio, l’avversario (se non addirittura nemico), e per via di un cordone ombelicale difficile da recidere con colui che rimane il deus ex machina del movimento, colui che sa fare e fa chiarezza se nascono divergenze o diatribe sulle idee e sulle cose da fare: Beppe Grillo.

Il Movimento 5 Stelle potrà essere anche un’officina di dialogo, ma se in esso si supera un certo limite di divergenza c’è chi per tutti prende la decisione su cosa è giusto o no fare, grazie alla forza morale che il suo ruolo di satirico (forza assimilabile a quella che avevano i satirici dell’antica Roma) gli conferisce.

Da pochi giorni abbiamo compianto la morte dello scrittore, politico ed ex partigiano francese Stéphane Hessel. Nel suo ultimo scritto gridava a gran voce alle generazioni più giovani della sua: “Indignatevi!”, ma in quel testo e con la sua vita ha dimostrato che quella è solo la prima fase di un cambiamento, è solo il primo passo. Allo slancio del cuore deve nascere, deve seguire (anche arrancando, a volte) lo slancio della testa, della Politica. In molti attivisti 5 Stelle c’è lo slancio del cuore: siamo sicuri che nell’impostazione che essi stessi si son dati (o che altri han dato loro) vi sia anche uno slancio capace di leggere una realtà complessa e di agire all’interno di essa?

Fermarsi alla satira o alla indignazione non mi basta. Non mi accontento. E per favore pretendiamo da tutti, ma proprio da tutti noi un approccio diverso, più serio e più efficace per cambiare le nostre vite.

giovedì 28 maggio 2015

Se ho un puzzle con pochi pezzi (e perfino brutti)

Spesso ogni possibile male accaduto in questi anni a società e Stato italiani vengono cercati nell'inefficienza (oltre che delinquenza) della classe politica (o più in generale "dirigente") che oggi è chiamata a governare. Spesso queste critiche sono fondate, vere o quanto meno toccano un problema reale, non sempre per forza sfociando nel superficiale qualunquismo. Spesso queste denunce provengono non solo dalla società civile ma anche dalla stampa, dai giornali, coloro i quali le divinità della democrazia in una notte di tanto tempo fa hanno consegnato questo compito: controllare, creare dibattiti, denunciare, informare; così io, cittadino di uno stato democratico, possa in sequenza fare analisi, farmi un opinione e votare o intervenire come parte di una società civile.

Ebbene, in questi giorni due articoli di giornale mi hanno gettato addosso non poca perplessità e anche un po' di rassegnazione; mi hanno fatto pensare: "A quando qualcuno che predica (e attua) una rottamazione dei giornalisti, possibilmente migliore di quella che si voleva fare per i politici?"

Il primo è questo, scritto da Paolo Mastrolilli, inviato de La Stampa a New York, con tanto di giovani festanti con la bandiera nera del Califfato di Al-Bagdadi.
Dal titolo uno viene catturato e allarmato... "Ma allora è vero! La distinzione tra islam autentico e moderato esiste ed è netta! e quest'ultimo è in netta minoranza! Il mio vicino di casa marocchino vuole sgozzarmi!"
Già, peccato che, leggendo l'articolo, si capisce che di sondaggio non si tratti...
La rete televisiva del Qatar (Paese fortemente sunnita, a cui l'Isis si rivolge, predicando l'eliminazione degli sciiti) ha chiesto ai suoi telespettatori (di cui solo 38000 hanno risposto), durante una trasmissione, di esprimere un'opinione sulle vittorie militari dell'Isis.
Per rattoppare la grossa inesattezza presente nel titolo Mastrolilli nell'articolo scrive "ci riferiamo ad un sondaggio digitale condotto dalla televisione «al Jazeera» fra il suo pubblico, che ha un valore scientifico molto relativo". Ma io direi proprio che ha un valore scientifico pari a nulla!!
Vi immaginate una trasmissione sulle prossime elezioni fatta da un ipotetica TeleLenin in una fascia oraria ristretta, chiedendo ai suoi telespettatori (in forte minoranza rispetto all'intera popolazione italiana) di esprimere un giudizio su una possibile rivoluzione proletaria da attuare? Beh, scopriremo magari che in Italia il 90% degli italiani sono pronti a instaurare una Repubblica socialista con la forza...

Un sondaggio è fatto di regole precise e di una preparazione non da poco: analisi della popolazione da rappresentare, scelta di un campione rappresentativo, scelta dei temi, costruzione delle domande, raccolta dei dati, ecc...
Lo scopo di scrivere ben in vista "Sondaggio choc. 80% dei mussulmani appoggia l'Isis" è uno solo: allarmare. Così, nella migliore delle ipotesi (e penso che sia il caso dell'articolo di Mastrolilli), vi è l'intenzione di far guadagnare il proprio giornale, con qualche copia in più venduta e qualche click in più sul sito da mostrare a chi compra spazi pubblicitari; nella peggiore delle ipotesi, vi è l'intenzione di favorire, rendendosi complici, di una realtà fittizia, non corretta, se non addirittura falsa.

Ed è difficile non avere il dubbio dell'ultima prospettiva con il caso del secondo articolo:
questo è solo l'ultimo di una catena di articoli che puntano molto sulla dichiarazione etnica di vittime e carnefici. In questo caso solo della carnefice, perché la donna uccisa è una immigrata filippina. Anzi, essendo la minoranza rom in Italia lo 0,25% della popolazione, maggior parte di questi con la cittadinanza italiana, questo articolo si inserisce non solo nel genere citato sopra, ma anche nel genere come non mai sempre più di moda, chiamato "Dagli del rom!" oppure "Giù di ruspa!".
Questi articoli hanno la colpa non di esprimere o accodarsi a un'opinione politica (benché a mio giudizio sbagliata e poco umana, come quelle di Salvini, Meloni, &Co.), ma ha la colpa maggiore di distorcere, cambiare la realtà e di impedire a me cittadino di farmi un'opinione corretta su come stanno andando le cose. 
Insomma, se riesci a mostrare agli altri il mondo con le tue lenti, potrai metterli nel sacco più facilmente.

Allora forse si capisce che in Italia il problema non sono tanto i politici, ma è culturale. Sì, ok, lo so che altri lo hanno già scritto, detto e ribadito meglio di me, tanto che ormai è un mantra delle banalità. Ma un problema banale non risolto rimane un problema irrisolto. Ma non lo si risolve solamente con riforme scolastiche, con più cultura e con più informazione di facciata (quella della par condicio): si risolverebbe con una pratica civile (ma faticosa) che è quella di fare i puzzle: leggere, leggere, non solo giornali, ma libri, saggi, romanzi, per non rimanere fissi su una fonte... e aiuterebbe anche meno indifferenza su questi fatti di discutibile o cattivo giornalismo.

Ecco, ora avete anche capito perché, alla fine, mi sono preso la briga di scrivere questo post.

domenica 14 dicembre 2014

Avvento elettorale: Matteo Salvini ha ragione!

Devo dar atto a Matteo Salvini che stavolta ha ragione!! Eh sì! Quando ci vuole ci vuole, e bisogna riconoscerglielo!
Sono pienamente d'accordo a mantenere il presepe nelle scuole primarie: è parte della cultura e tradizione italiana, con una storia antica e sempre nuova piena di significati e valori importanti. Anzi, io proporrei ai bambini di farlo tutti insieme in un'ora di lezione con l'insegnante che spiega alcuni di questi bellissimi aspetti.

Per esempio:
1) protagonista è una famiglia migrante, mal vista in patria per i pregiudizi sulla strana e presunta gravidanza extraconiugale di Maria;
2) a Betlemme subiscono l'egoismo e l'ipocrisia di chi non si accorge del bisogno di una ragazza di 15-16 anni in prossimità dei giorni del parto, relegandoli in una mangiatoia;
3) il potere politico (Re Erode) si accorge di loro solo quando diventano una presunta minaccia da cancellare, altrimenti, tanti saluti;
4) diventano emigranti per motivi politici: dovranno scappare e chiedere asilo politico in un Paese straniero (l'Egitto);
5) tra i principali personaggi ci sono gli abbandonati e snobbati da tutti all'epoca: i pastori, ma è proprio a loro che l'angelo si mostra e rivela la Buona Notizia;
6) il presepe racconta la nascita di Chi ha trasformato un messaggio di Salvezza destinato solo a un popolo, quello ebraico, in un messaggio universale per tutti i popoli della Terra, senza distinzioni di etnia e cultura;
7) un formidabile incontro tra culture diverse attraverso il misterioso viaggio dei Re Magi venuti da Oriente;
8) il presepe è stato inventato da un uomo che predicava perdono e pace per chiunque, lupo o saraceno che fosse: san Francesco;
9) nel corso dei secoli il presepe si è arricchito sempre più di influenze e rivisitazioni culturali, dal nord Europa a quelli napoletani, da quelli africani a quelli andini, tutti uguali ma tutti diversi: è al suo interno un mix di varietà e anticonformismo (dai su! Credete davvero alla neve in Palestina?)

Insomma, facendo insieme ai bambini il presepe in classe, spiegando bene loro cosa racconta, si seminerebbero quei buoni valori (universali, non solo cristiani o italiani, non di sicuro "padani") che forse alla Lega non interessano ma faranno capire ai cittadini di domani quanto sia ridicolo, dannoso e ignorante dare il proprio voto a gente come Matteo Salvini.

martedì 10 dicembre 2013

Rigurgito antifascista contro prove generali di forza

Torino, piazza Castello. Foto scattata da Mirko Isaia, http://www.flickr.com/photos/mirko_isaia/
Dopo una settimana in cui ci sono state minacce, non tanto velate, a commercianti e attività per tutta Torino affinché il maggior numero di negozi chiudesse il giorno 9 dicembre 2013, (il giorno della "protesta dei forconi"); dopo aver sfogato una rabbia atavica, cresciuta forse pian piano ma che è inspiegabile da parte di certe categorie da cui è provenuto in passato, in maniera massiccia, il voto per Berlusconi, senza mai domandandosi dove i suoi governi ci stessero portando; dopo aver visto una guerriglia urbana in piazza Castello e in altre zone della città e di Italia, ottenendo anche in alcuni casi la solidarietà di alcuni poliziotti; dopo la notizia di pestaggi e violenze contro chi voleva invece aprire (magari gente che semplicemente ha un mutuo e una famiglia da sfamare, la stessa gente che magari lotta contro Equitalia per la sopravvivenza della propria attività); dopo il comunicato stampa dell'ANPI già pubblicato nei giorni scorsi contro i sostegni (sia di partecipanti che di organizzazione) espliciti e meno di forze dichiaratamente neofasciste alla manifestazione; dopo tutto ciò io mi sento di testimoniare, urlare e dichiarare, anche un in dovere di dire, da cittadino comune di questo Paese, di questa Repubblica nata dalla Resistenza, che non scenderò mai in piazza con i neofascisti. Non posso fare altrimenti essendo io fortemente antifascista. E non semplicemente per motivi ideologici o legali (ricordiamoci che in Italia abbiamo una Costituzione fondata sull'antifascismo e qualche legge che, in teoria ne vieta la propaganda), ma per motivi ben più concreti! Non voglio dare forza mediatica e sociale (o peggio, aiuto nel provare la propria forza di persuasione) a chi predica l'autoritarismo e l'odio nei rapporti umani e sociali.

La cosa preoccupante è invece quando movimenti e forze politiche - o presunte tali - si rallegrano di giornate come queste e che non hanno visto l'ora di testimoniare solidarietà con questa manifestazione. Dimenticandosi che la storia insegna che il populismo e il fascismo sono tigri che se le cavalchi, prima o poi ti sbraneranno.

mercoledì 25 settembre 2013

Paesaggio lunare

Immobilismo. Ecco di cosa siamo spettatori nelle ultime settimane. Eppure ormai la pausa estiva è ampiamente finita (ma poi chi ha detto che politica e società debbano fermare il dibattito durante l'estate non lo so) e siamo di fronte a uno scenario che rasenta i paesaggi lunari fotografati dalle missioni Apollo negli anni Settanta... però lì almeno saltellavano, giocavano a golf o facevano rally con il rover lunare.

Da una parte abbiamo il PD. A sbirciare lì dentro sembra veramente di respirare un'aria da "si salvi chi può" o da "lotta per la sopravvivenza". È chiaro e poco entusiasmante il tentativo di sabotare un congresso che doveva celebrarsi già in primavera, subito dopo l'affondamento dell'elezione del fondatore al Quirinale per favorire le "larghe intese". Si sta cercando di salvare meccanismi che permetterebbero al partito di mantenere i conflitti di interesse e la sopravvivenza di pezzi di apparato altrimenti destinati all'estinzione (vedasi Rotondi o Fioroni); qui non si tratta di dare un giudizio politico su Matteo Renzi, il probabile vincitore alla segreteria, ma si tratta di capire che, nel bene e nel male, una volta vinto il congresso, cambierà il suo partito, e se farà quello che aveva già promesso alle primarie porterà essenzialmente tre rivoluzioni in un partito che negli ultimi mesi ha spudoratamente rifiutato di ascoltare la propria base: 1) rottamazione (via chi ha fallito in questo lungo periodo di dirigenza); 2) abolizione del finanziamento pubblico (addio a grossi introiti che assicuravano un bel po' di potere e di clientela); 3) apertura della partecipazione del partito (andare contro un'idea che la politica la debba fare solo il politico e non il cittadino impegnato). 

Da un'altra parte abbiamo un Movimento che, pur avendo alcune buone idee, si sta incancrenendo per una mancanza di progetto, di strategia. Ma questo era evidente già in campagna elettorale: il Movimento 5 Stelle presentò tale e quale il programma delle amministrative del 2009, senza modifiche, senza ampio respiro sulle politiche da attuare a livello nazionale e internazionale (a parte il giochino ridicolo sul referendum sull'euro, quando lo stesso Grillo sapeva benissimo che non si sarebbe potuto fare). Oltre a ciò c'è il loro continuo polemizzare sul dito senza mai arrivare a voler guardare la Luna: io posso anche essere d'accordo su delle critiche riguardanti il comportamento o le scelte istituzionali del Presidente della Camera Boldrini, ma è possibile che tra tutte le cose che vanno a rotoli bisogni concentrare l'attenzione mediatica e la vis polemica su questo personaggio (accennando qualcosina al resto, ma con meno vigore, meno indignazione). Quelli che dovevano aprire il Parlamento come una scatola di tonno si sono concentrati sulla mera vita parlamentare, si sono concentrati solo su una critica (per carità, giusta) alla casta, ma hanno dimenticato che per cambiare un Paese come predicano loro forse bisogna interagire e affacciarsi anche al di fuori delle Camere. Inoltre credo che Boldrini e M5S abbiano in comune una cosa: l'ego. Entrambi non possono che criticarsi a vicenda, uno da la sponda all'altra che puntualmente ci casca. Come quei bambini spocchiosi che vogliono sempre avere l'ultima parola per far vedere quanto l'altro sia da meno. Insomma, ma fare un po' a meno di ribattere sempre alle provocazioni e parlare di più di altri problemi? Già ma per fare questo c'è bisogno di una strategia unitaria, cosa che manca, e torniamo al punto iniziale; dubito che possa esistere una strategia politica condivisa e armoniosa quando le stesse decisioni dei parlamentari 5 stelle vengono vagliate e a volte messe in discussione dal capo-padrone. Forse che stia lì allora la causa dell'immobilismo dei 5 stelle? Che Grillo sia croce e delizia del Movimento? C'è appunto da aggiungere che senza l'impatto mediatico e il carisma di Beppe Grillo difficilmente il Movimento avrebbe raggiunto il 25% sulla base delle buone intenzioni e delle buone idee.

Poi vabè, c'è il PDL... ma vogliamo veramente commentare?

Cercasi colpo di reni e non calcoli renali.

martedì 27 agosto 2013

A che punto è la notte? Il 28 agosto 1963, cinquant'anni dopo.




"I have a dream".

Ancora oggi emoziona risentire quelle parole, vedere la commozione di chi le pronunciava cinquant'anni fa, a Washington, di fronte a un folla enorme di neri, bianchi, cattolici, protestanti, ebrei e uomini e donne di qualunque differenza sociale, religiosa e di pelle.
Quell'uomo, che si mordeva il labbro dall'emozione mentre predicava la sua buona novella, era il reverendo Martin Luther King.

La capacità di quest'uomo, e di coloro che seppero seguirlo nella lotta per l'uguaglianza degli afroamericani, fu proprio quella di saper sognare, di saper nitidamente immaginarsi un mondo, o almeno un'America diversa da quella che stavano vivendo, una nazione dove "piccoli Neri, bambini e bambine, potranno unire le loro mani con piccoli bianchi, bambini e bambine, come fratelli e sorelle", una nazione che aveva tradito "la promessa" sancita dalla sua Costituzione, un'America già sognata dai padri fondatori. Ebbene, il sogno di Martin Luther King non rimase appiccicato alle sue labbra e alle orecchie di chi lo ascoltava: è stato un sogno che ha incominciato a scavare, a volte anche solo come una piccola goccia sulla roccia, nell'indifferenza e nell'ostilità dell'America più brutale e più nera (quella veramente nera) che voleva tenere in segregazione una parte della sua nazione, solo perché diversa, perché povera. 

In cinquant'anni milioni di persone non si sono limitate a sognare: quel sogno sono state disposte a costruirlo, a rischiare, a pagare. Dopo cinquant'anni quel sogno non illudiamoci che si sia compiuto appieno, ma grandi passi avanti sono stati fatti. Nel 2008 io non potevo credere a quale dimostrazione l'America ci stava dando nella notte elettorale, eleggendo per la prima volta, un presidente afroamericano, Barack Obama. Non credo che l'elezione di Obama sia la principale misura del successo del sogno di Martin Luther King, preferisco andare a capire come siano oggi gli standard di vita delle popolazioni afroamericane negli stati del sud (ancora oggi tra le più precarie); ma ciò che era impensabile prima, nel 2008 - e nella conferma del secondo mandato nel 2012 - si era concretizzato.
Ecco è questa la caratteristica dei sogni: se vengono esauditi concretizzano ciò che prima era impensabile. Il sogno non può che esser preso sul serio, altrimenti menti a te stesso; quando si sogna bisogna domandarsi quanto si è disposti ad assecondare quel sogno, perché allora ti verrà chiesto il prezzo della concretezza paziente, forse lenta e faticosa da raggiungere. I sogni non si realizzano alla mattina quando ti svegli e torni nella realtà del presente, hanno bisogno di stagioni per mettere radici e crescere nel futuro. Martin Luther King è morto poco tempo dopo quel discorso, assassinato, senza poter vedere crescere il seme che intanto aveva contribuito a piantare e a far germogliare. 

Nella stessa giornata di oggi, cinquant'anni dopo quella storica giornata americana, sono stato affranto nel sentire e nel vedere lo sguardo di una donna di colore che sta lottando per l'uguaglianza qui in Italia: Cecile Kyenge. Oggi ha espresso la sua amarezza sia con parole che con lo sguardo "Io so di essere a casa, ma è bello sentirselo dire ogni tanto anche dagli altri". 
A che punto è la notte qui in Italia? Qui nel nostro Paese a che punto la notte è pallidamente illuminata dal sogno di Martin Luther King, dal sogno di chi crede nell'uguaglianza e nella fratellanza tra esseri umani? Io mi faccio queste domande ogni volta che sento orribili insulti rivolti a questa donna, insulti che mirano a colpire lei affinché in Italia il prossimo politico di colore ci pensi ben due volte prima di spendersi di persona; affinché l'Italia stessa ci pensi due volte prima di riproporre una persona che non abbia la pelle chiara per occuparsi della cosa pubblica; affinché chi lotta anche nel Palazzo e non solo per strada per la difesa dei diritti inalienabili dell'uomo sappia che non c'è vita facile per chi sogna un'Italia diversa.

Io non mi aspetto di svegliarmi domattina e vedere quel sogno realizzato nel mio Paese. Però quello che mi aspetto e che pretendo è trovare al mio risveglio persone disposte a costruirlo questo sogno, a lottare, a osteggiare questa mentalità, prima nei loro cuori e poi nella vita comune che si srotola dal panettiere alla fermata del bus. Queste persone sono già tante. ma forse non ancora abbastanza.

venerdì 5 luglio 2013

Qualcosa che si muove. A Montecitorio. Su due ruote

Ebbene, nel "palazzo" sembra che qualcosa si muova, e lo sta facendo sulle due ruote. I 60 parlamentari che si sono dichiarati favorevoli a una promozione di ristrutturazione legislativa per la ciclimobilità si sono incontrati con le principali associazioni pro-bike: il "palazzo" (o meglio, una parte di esso) ha incontrato la strada.
Riporto qui la buona notizia di questi giorni, fonte la newsletter della FIAB. Ora, si spera che il lavoro parlamentare possa procedere spedito e magari trovare aiuto e facilitazioni dal governo.

Un incontro pubblico sui temi della mobilità in bicicletta si è tenuto a Roma, nella serata di mercoledì 26 giugno, per iniziativa dall'intergruppo parlamentare per la mobilità nuova e ciclistica.

Presenti rappresentanti di diverse associazioni attive nel settore. La più nutrita è stata la delegazione FIAB. Guidata dalla presidente nazionale Giulietta Pagliaccio.

Per il gruppo interparlamentare erano presenti Paolo Gandolfi, già assessore alla mobilità di Reggio Emilia, Antonio Decaro, già assessore alla mobilità di Bari, Michele Mognato, già assessore alla mobilità di Mestre, Roberto Cotti, socio fondatore dell'associazione FIAB di Cagliari "Citta Ciclabile".

Gandolfi ha introdotto la serata presentando il neo-nato gruppo interparlamentare: oltre 60 parlamentari, da diverse parti d'Italia. Tre i punti principali sui quali i parlamentari hanno assicurato il loro impegno:

1. una legge quadro per la mobilità ciclistica, partendo dalle proposte di legge già giacenti alla Camera dei Deputati e dalle migliori esperienze di leggi regionali esistenti;
2. modifica organica del codice della strada per consentire agli enti locali strumenti operativi immediati come ad esempio introdurre il doppio senso di marcia nelle strade a senso unico;
3. il riconoscimento giuridico dell'infortunio in itinere, una garanzia in più, attualmente mancante, per favorire la diffusione dell'utilizzo della bicicletta negli spostamenti casa-lavoro.

L'agenda dettata dai parlamentari è pienamente condivisa dalla nostra Federazione e sui quei temi i nostri esperti potranno assicurare in tutte le maniere ogni contributo possibile. Sono anni che la FIAB studia ed elabora proposte e documenti tecnico-giuridici in materia, confrontandosi anche con le migliori esperienze estere all'interno dell'European Cyclists Federation.

mercoledì 26 giugno 2013

Guerra alla semantica

La prima vittima è sempre lei: la verità. E forse ancor prima la sua forma più umana, più diretta, più immediata: la parola.
I romani dicevano "prepara la guerra se vuoi la pace". Già. Questo ancora prima della nascita di Cristo, più di duemila anni fa. Forse i romani, benché sanguinari e terribili nelle terre che andavano a conquistare, non avevano armi così potenti come i cacciabombardieri F-35. E neanche così costosi. Oggi, nel 2013, non basta avere una bomba atomica o armi chimiche per distruggere un Paese, una popolazione, una Nazione... bastano le cosidette "armi convenzionali", più qualche bel migliaio di mine, e il gioco è fatto. Noi italiani ci accontentiamo, siamo di basso profilo, possiamo largamente ammazzare senza il rombo dei funghi atomici.

Per decenza o per paura di contestazioni una persona che è a capo di un ministero così importante dovrebbe forse, per difesa sua, non oltraggiare in questo modo i concetti, le idee, i valori: dire di armare la pace per amarla è come dire di stuprare una donna per farci l'amore.

giovedì 20 giugno 2013

Il Grande Parrucchiere

Ultimamente penso che spesso molti di noi vivano la nostra vita sociale, comunitaria come se fossero dal parrucchiere. Anzi, che in fondo la nostra democrazia spesso venga immaginata come un Grande Parrucchiere. Degna sostituzione dell'orwelliano Grande Fratello in questi tempi magri successivi al 1984 in cui Orwell viene abbinato e confezionato insieme alla Marcuzzi.
Quindi immaginatevi un enorme sala di attesa, piena di riviste platinate, rigurgitanti del nulla anestetico; immaginatevi una moltidune di persone che parlano, parlano, la maggior parte di futilità, utilizzando parole e argomenti vuoti per riempire il tempo vuoto. E infine, nel momento decisivo, tutti si votano all'esperto, a colui che dovrebbe rinnovare, plasmare la felicità cutanea della nostra vanità: il Grande Parrucchiere. I capelli non siamo in grado di tagliarceli da soli, c'è bisogno di uno "che ne sa"! Eccolo, pronto a intervenire con i suoi strumenti del mestiere, ascoltando le nostre volontà e dandoci consigli migliorativi: tanto però è lui alla fine a operare, a tagliare, noi ci affidiamo alla sua competenza, immobili sulla poltroncina, in attesa che abbia finito.
Per poi magari ritrovarci in testa tutt'altro di quello che desideravamo.
P.S. e pensare che io non ho neanche necessità di andare dal parrucchiere...

martedì 28 maggio 2013

Ma sì, un post politico post-elezioni: la satira sempre e comunque?

Ci sono state le elezioni amministrative, grandi cali di affluenza dappertutto: chi alle politiche ci credeva ancora, negli ultimi due giorni non ha più saputo che pesci pigliare.
Non sono un politologo e mi stupisco parecchio che il PD faccia incetta di voti, anche giustificando ciò ricordandosi che i diversi "PD locali" a volte sono cosa diversa del "PD nazionale": Marino si era ampiamente espresso contro inciucio e contro le strategie di partito per l'elezione del Presidente della Repubblica; la parabola di Debora Serracchiani settimane fa insegna ancora. Insomma, una buona parte dell'elettorato vede che "Un altro PD è possibile". Per me rimane un mistero la tenuta del PD a Siena, ma ripeto, non sono un politologo...
Quello che però non mi stupisce affatto è il flop del Movimento 5 Stelle. Di sicuro il M5S è stato il primo partito a patire il calo di affluenza: molta gente che ci credeva non è stata sufficientemente soddisfatta della strategia di questi mesi a livello nazionale; non dimentichiamo inoltre le ultime vicende giornalistiche che da fonti "neutre" - se non amiche - hanno fatto (giustamente) le pulci al Movimento e al suo pigmalione, Beppe Grillo. Ma io mi domando: sono stati gli organi si stampa ad affossare il M5S? È stata la Gabanelli? Il Fatto Quotidiano? Sallusti? L'Espresso? "Il Grande Vecchio"? Beh, secondo me la colpa è di un signore che è l'unico ad avere il diritto indiscutibile a parlare lì dentro (alla faccia del "uno vale uno") e che quando lo fa dice cose del tipo che per prevenire il tumore bisogna eiaculare 21 volte al giorno... Questa è satira baby, e ci sta, ma fatta in un momento diverso da quello della satira, in un luogo ancora più diverso: in un comizio elettorale. Siamo vissuti nella superficialità politica per anni, abbiamo sentito gente già dei vecchi partiti parlare di grandi temi con un'approssimazione esagerata, abbiamo già visto che politici si sono trasformati in ridicoli clown per agguantare voti, forse si sperava realmente in un cambiamento che facesse la differenza. L'usare sempre e comunque un linguaggio satirico paga all'inizio, quando devi - anche giustamente - scandalizzare la gente, farla svegliare su alcuni temi che ritieni importanti: è questo il compito della satira. Ma se poi non arriva il momento di sedersi e di analizzare con maggiore cura i problemi e con ancora maggiore cura sporcarsi le mani e agire, allora i problemi non vengono risolti. Non si può, o almeno non si dovrebbe, essere approssimativi quando si fa politica: a quel punto non si può sparare numeri a caso, concentrarsi sulle macchiette, rimanere nel vago nel fare delle proposte o fare di tutta un erba un fascio. Perfino sul principale cavallo di battaglia del Movimento i militanti non sono stati chiari, ovvero quello dello stipendio dei parlamentari. C'è un momento giusto e arricchente per fare "satira" e poi uno diverso per fare concretamente "politica", questa distinzione forse a qualcuno non è ancora chiara...