giovedì 13 marzo 2014

Che il VENTO possa soffiare forte!


Martedì 11 marzo 2014 al Cecchi Point di Torino ho avuto il piacere di vedere il film-documentario della Stuffilm che racconta il viaggio di otto giorni, con quindici tappe, dell'ing. Paolo Pileri e del suo team, partiti da Torino fino a Venezia. Un viaggio di 650km. In bici.
Sì, perché l'ing. Pileri e i suoi quattro compagni di viaggio, sono promotori da anni di un progetto del Politecnico di Milano che si chiama VENTO (dall'acronimo Ven.To., cioè Venezia - Torino), che si ripromette di dotare all'Italia della più grande (e forse prima) dorsale cicloturistica, tutta interamente dispiegata sulle rive del nostro fiume più lungo, il Po.
l'ing. Paolo Pileri durante la discussione
Come Pileri raccontava nella discussione a fine proiezione, in Italia non vi sono strutture del genere per il cicloturismo, una forma di turismo che in altri Paesi frutta molto lavoro e molti soldi: basti pensare che in Germania - così ha continuato Pileri - esso ha creato 300000 posti di lavoro e produce 4 miliardi di Euro all'anno. Sì, 4 miliardi. Pileri calcola che il progetto VENTO, se realizzato (e realizzato bene!), può produrre 2000 posti di lavoro, non solo direttamente impiegati sulla dorsale ciclabile, ma anche nell'indotto della manutenzione, della ristorazione, dell'accoglienza e dei servizi di guida e assistenza ai cicloturisti. Non di certo bruscolini di questi tempi in cui si preferisce di investire su moltissimi tanti progetti forse inconcludenti e che non avranno né benefici economici, né ambientali. Pilieri diceva, sempre durante la discussione, che per rendere la dorsale VENTO operativa, accogliente, senza barriere architettoniche, uniforme da regione a regione per cartellonistica, indicazioni e informazioni, ci vuole un finanziamento equivalente a quello per costruire pochissimi chilometri di autostrada.
Il viaggio è servito soprattutto per testimoniare la fattibilità del progetto, per promuoverle a livello nazionale e nelle diverse tappe in cui il team si è soffermato (Alessandria, Modena, Piacenza, Pavia, Ferrara sono solo alcune), ma è stato soprattutto un modo per (ri)scoprire una valle (quella del Po) che ormai è andata perduta, territori e luoghi di antiche e rare bellezze, che oggi vengono trascurati sia dalle amministrazioni (perfino nella cura di argini e terreni) che dai "cittadini" comuni; sono rimasti in pochi coloro che "vivono" il Po, con le sue bellezze e la sua storia.
Un momento del film-documentario al Cecchi Point
Io non posso non dirmi legato a questo fiume: una parte della mia famiglia, quella che mi ha dato il cognome che porto, arriva da Ferrara, piccola-grande capitale del Po (visitata, insieme ai paesini vicino, in sella alla mia bici in una ricerca di origini, qualche anno fa); io sono nato e mi sento torinese, che invece è la grande-piccola capitale del Po. Insomma, sarà perché qualcosina di questi luoghi ho potuto già assaporare, ma sono fermamente convinto che il progetto di Paolo Pilieri sia un progetto vincente, prima di tutto nella formula e nella scelta di stile di vita: una vita forse più lenta ma più dilatata, forse più faticosa ma più salutare, forse più essenziale ma meno superficiale. Una vita che può testimoniare che la velocità non è saporita quanto il lento avvicinarsi delle tappe, dei campanili, dei canali e dei passanti.

Se state leggendo questo post vi do perciò qualche compito a casa (o in ufficio, o sullo smartphone, insomma, vedete voi...): vi invito a leggere meglio il progetto qui, di vedere il trailer del film sopra (e magari poi comprarlo qui) e poi di fare una sottoscrizione al progetto per aiutare i nostri amici, qui (sia che tu sia un singolo cittadino o un'associazione).
Vi chiedo troppo? Non credo... dai, staccati un attimo da facebook e sogna anche tu un modo diverso (forse più coraggioso) per gustare luoghi, arte, relazioni e bicicletta!

P.S.: il 26 marzo 2014, alla stazione Porta Nuova di Torino, il team di Paolo Pileri sarà al binario 1 con l'iniziativa TRENO VERDE 2014 per presentare il progetto VENTO!

mercoledì 5 marzo 2014

Diario americano: 9 giorni negli States, 10 cose da raccontare

Premessa fondamentale: sono stato solo in due città degli States, e due città tra l'altro molto rappresentative ma anche particolari, Boston e New York City (mi raccomando, sempre mettere quel "City", altrimenti gli americani vanno in confusione rispetto lo Stato di New York!). Quindi la mia finestra su questo "mondo" si limita a questo orizzonte.

Premessa fondamentale numero due: ho visto "la Merica" in nove giorni, da turista, vivendola un po' ospitato dal mio amico di avventure a Boston e dormendo (per così dire) in un ostello a NYC (ecco, così è più breve da scrivere...).

Detto ciò, cosa mi porto dietro di quello che ho vissuto, di quello che notato, cosa mi ha talmente incuriosito di quell'enorme set cinematografico che sono gli States? Proviamo un poco a "puntualizzare"!

1) Ciak si gira!

Sì, è proprio così. Appena arrivati, usciti dall'aeroporto è proprio quella la sensazione che ti acchiappa: sembra di essere entrati in un film. I cartelli stradali totalmente diversi, i grattacieli che si stagliano all'orizzonte, i tombini che buttano fuori il fumo, i caratteristici idranti, la caserma dei pompieri in mattoni, le auto della polizia che sfrecciano con la sirena che si è tante volte sentita al cinema (o in GTA), odori di fast food nell'aria, le uniformi degli agenti per strada, le casette di legno familiari a due piani, facce e sguardi di tutti i colori, stili e provenienza... welcome in the USA.

2) La sensazione del calzino.
Il cartello di benvenuto mentre sei nel "limbo", appena sceso dall'aereo e prima dei controlli
Se appena varcata la porta dell'aeroporto scopri che l'americano della strada non è poi così antipatico come immagineresti (perfino cordiale!), sfatando alcuni luoghi comuni, prima però, appena sceso dall'aereo, ti senti accolto... con riserva! Ti rivoltano, ti controllano e ti schedano. Non solo ti devi presentare con un passaporto elettronico (in cui sono inserite in un microchip interno le tue impronte digitali), ma ti chiedono l'ESTA ("Electronic System for Travel Authorization", un'autocertificazione online da fare prima della partenza in cui dichiarare candidamente che non sei un terrorista o un trafficante di droga, ecco qui le domande che troverete un giorno se dovrete compilarlo), ti riprendono le impronte digitali, te le confrontano e ti scattano una foto segnaletica... controlli serrati ripetuti poi anche all'imbarco per lasciare gli States! Mania tutta americana, comprensibile e ancora rimasta ben accesa a causa per del perenne trauma 11 settembre.

3) Le proporzioni... contano!

È inutile. Si possono spendere mille parole sulla città americana, ma la cosa che conta e che pesa maggiormente è questa: le proporzioni sono ESAGERATE! Discorso da provincialotto italiano? Può darsi, ma in confronto il grattacielo nuovo della Intesa SanPaolo è un condominio di periferia. Entri in questo labirinto urbano e ti viene più naturale il guardare cosa c'è in alto (spesso senza vederlo fino in cima) del cosa c'è in fondo... Se le nostre città si sono sviluppate nel Rinascimento col mito della prospettiva in profondità, loro le stanno costruendo da tre secoli con una prospettiva in altezza.

4) Rottamatori di professione.
Gli Statunitensi vincerebbero qualunque gara di rottamazione del vecchio (o dell'appena vetusto). Boston, una delle città più "antiche" degli States (fondata nel 1630 da coloni puritani inglesi in fuga dalle persecuzioni religiose della loro madrepatria), ha mantenuto pochissimi palazzi dell'epoca coloniale e solo perché inerenti allo scoppio della Rivoluzione americana, come ad esempio la Old State House, il palazzo del governatore inglese del New England... peccato che siano affiancati e soffocati da enormi grattacieli alti dieci volte tanto.
La Old State House di Boston

5) E Dio creò gli americani...
...con due mani! Come tutti, direte voi... sì, ma qui questi due arti, che l'evoluzione della specie ci ha donato coi rispettivi pollici opponibili, hanno acquistato nuove funzioni e una missione ben precisa: l'americano non può girare per la strada, nella metropolitana, nei negozi, ecc... senza tenere in una mano uno smartphone (per il 90% della Apple) e nell'altro un bicchiere di cartone con dentro una qualsivoglia brodaglia, dal caffè lungo a un miscuglio marroncino di caffè e crema di latte che loro, per qualche motivo sconosciuto, chiamano "cappuccino". Incredibile la capacità di equilibrio, vista anche la necessità di multitasking dello smartphone e il bicchiere ustionante riempito fino all'orlo.

  


6) Gli americani amano la cultura
Jasper Johns, "Flag", al MoMa di New York City
Provate a entrare nel MoMa o al Metropolitan Museum di NYC con l'intento di vedere tutto... se ci riuscite avrete qualcosa da raccontare ai nipotini! Sfatiamo un luogo comune: negli USA si può viaggiare per ammirare e gustare tanta, ma tanta cultura.
Negli Stati Uniti si sa, lo Stato finanzia pochissime realtà e servizi sociali (per esempio la sanità, anche dopo la riforma Obama, rimane prevalentemente privata); ma sulla cultura non scherzano, e così se entrate nelle biblioteche pubbliche di Boston e NYC troverete palazzi pieni di arte e servizi per la consultazione pubblica di un enorme catalogo. Il MET è gestito dalla città di New York ed è a offerta consigliata di 25$, ma nulla vi vieta di metterne solo 5 (o quanto volete) se decidete di farne solo una parte. Inoltre qui sembra che il sistema di finanziamento privato dei musei (anche grazie a fondazioni di donazioni) funzioni, tanto che se visitate le raccolte dell'espressionismo presenti al MoMa e al Metropolitan di NYC, vi mancherebbe solo una visita al Louvre di Parigi per avere un panorama quasi completo di questa corrente artistica.


7) Central Park è da visitare perfino d'inverno!

Banalità? Può darsi, ma se la prima cosa che ho visitato a New York City è proprio questa ENORME zona verde, con i suoi boschetti, le sue collinette e i suoi laghetti, di sicuro non potevo avere migliore "benvenuto" nella grande mela... Un mondo a parte, che rispecchia pienamente il gioco dei contrasti di cui gli Stati Uniti sono campioni: un luogo dove respirare aria pulita e riempirsi gli occhi di natura (con tanto di scoiattoli, procioni e paperelle) nel cuore della metropoli simbolo del pianeta. Un grande spazio dove gli americani danno sfogo a una delle loro manie preferite: il jogging. Possono anche esserci 6 gradi sottozero ma ci sarà sempre qualcuno che si metterà a correre sulla neve coi pantaloncini corti, con 20 o 60 anni non importa, qui è proprio una fissazione!
Concludendo, non importa in che stagione visitiate NYC, dovete andare e passare qualche ora a Central Park!

8) Non si possono capire gli Stati Uniti senza la loro musica.

Un'automobile ad Harlem con l'adesivo della campagna elettorale OBAMA-BIDEN
Una domenica passata a NYC nei posti giusti può farti capire cosa veramente gli States hanno di caratteristico... in un Paese dove perfino l'architettura sembra copiata dal Vecchio Continente (le diverse chiesette in stile neogotico ne sono un esempio), la musica rimane il più grande prodotto culturale originale americano.
Non puoi capire l'Italia senza capire la sua arte rinascimentale, non puoi capire gli States senza le note delle sue tradizioni musicali. Perciò se alla mattina ho assistito a una Messa gospel in una "Black Church" ad Harlem, la sera a Terra Blues (il locale blues più famoso della città) ho potuto capire il collegamento diretto e spregiudicato tra il gospel e il blues, ascoltando Michael Hill e la sua band. Più che entrare in un fast food o in un negozio per dar sfogo a certi appetiti consumistici, se andate negli Stati Uniti aprite le orecchie e assaporate l'America cercando un locale che vi proponga buone note.

9) Il simbolo (e non solo) più forte degli Stati Uniti rimane...
...il dollaro. Luogo comune? Forse, ma confermato. Qui la sensazione è che tutto sia finalizzato solo ad una cosa: far girare il cash. Bisogno di un bancomat? No problem, lungo una strada ne troverai diversi. Non trovi il bancomat? No problem, ogni negozio, anche per prezzi ridicoli intorno ai 5$ ti faranno usare la tua card. Non hai card o cash... beh, allora hai un problema.

10) In fin dei conti, da noi non si sta tanto male...
Le due anime di Wall Street, le due anime della città USA
Già, per noi gli Stati Uniti sono dalla fine della Seconda Guerra Mondiale il modello a cui tendere, l'eccellenza del mondo occidentale, per sviluppo, benessere e democrazia... o almeno, per l'opinione più diffusa. Ma ne siamo sicuri? Di sicuro la cortesia, il grande pragmatismo e un'organizzazione invidiabile sono punti di forza da ammirare di questo sistema; ma la povertà diffusa, la carenza di servizi sociali (tanto che prima di partire ti devi fare un'assicurazione medica temporanea se non vuoi avere problemi), la carenza (forse solo e del tutto del turista italiano) di cibo buono a prezzo discreto, mi fanno pensare che in Italia stiamo affossando un modello sociale che, benché in crisi, può dirsi migliore di quello statunitense. Mi è capitato di chiacchierare con una ragazza del servizio di sala al Metropolitan Museum di NYC (la guardiasala, tanto per intenderci): 12 ore di lavoro, pagate poco, senza la mutua, senza potersi sedere, tutti i giorni, sabato e domenica compresi. È questo a cui miriamo? Un viaggio ha anche questa capacità: farti capire non solo cosa va male a casa tua, ma anche cosa si deve salvare.

ESTA: Esagerate Statunitensi Trovate Antiterrorismo

Ecco qui, per farsi due risate, ma anche per prepararsi alla sua compilazione, le domande un po' assurde che il governo degli Stati Uniti ti chiede di rispondere prima di entrare nei suoi confini nazionali. Si raccomanda di compilare l'ESTA almeno 72 ore prima dell'ingresso negli States. Maggiori informazioni nel relativo sito (con una parte anche in italiano).


A) Ha mai sofferto di malattie infettive? Di disturbi fisici o mentali? Ha mai fatto abuso di droghe o è mai stato tossicodipendente? * No
Malattie contagiose
Ai sensi delle leggi degli Stati Uniti, le malattie contagiose che riguardano la salute pubblica sono:
  • Ulcera molle
  • Gonorrea
  • Granuloma inguinale
  • Lebbra, infettiva
  • LGV (linfogranuloma venereo)
  • Sifilide, fase infettiva
  • Tubercolosi, attiva
  • Altre malattie specificate dal Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani.  
Disturbi fisici o mentali
Per quanto riguarda i disturbi fisici o mentali, rispondere ”Sì” a questa domanda se:
(a) Si soffre attualmente di un disturbo fisico o mentale e se il comportamento associato al disturbo potrebbe rappresentare, o ha rappresentato, una minaccia alla proprietà, alla sicurezza o al benessere di se stessi o di altri; o
(b) Si è sofferto di un disturbo fisico o mentale e se il comportamento precedentemente associato al disturbo, che ha rappresentato una minaccia alla proprietà, alla sicurezza o al benessere di se stessi o di altri, potrebbe ripetersi o condurre ad altri comportamenti dannosi.
Rispondere ”No” se:
(a) Attualmente non si soffre di alcun disturbo fisico o mentale; o
(b) Si è sofferto in passato di un disturbo fisico o mentale, senza un comportamento associato al disturbo che potrebbe rappresentare, o ha rappresentato, una minaccia alla proprietà, alla sicurezza o al benessere di se stessi o di altri; o
(c) Si soffre attualmente di un disturbo fisico o mentale, con comportamento associato, ma tale comportamento non ha mai comportato, non comporta ora, né comporterà in futuro, una minaccia alla proprietà, alla sicurezza o al benessere di se stessi o di altri; o
(d) Si è sofferto in passato di un disturbo fisico o mentale, con un comportamento associato al disturbo che ha precedentemente rappresentato una minaccia alla proprietà, alla sicurezza o al benessere di se stessi o di altri; comunque è molto improbabile che tale comportamento si ripeta.
Abuso di droghe e tossicodipendenza
Ai sensi delle leggi degli Stati Uniti, coloro che abusano di droghe o che sono tossicodipendenti potrebbero non essere ammessi.
Per ulteriori informazioni, fare riferimento a § 212(a)(1)(A) della Legge sull'Immigrazione e la Nazionalità, 8 U.S.C. § 1182(a)(1)(A) e alle normative corrispondenti nel Codice dei Regolamenti Federali.
B) È mai stato arrestato o condannato per aver commesso un’infrazione o un reato contro la morale, o per una violazione relativa a sostanze stupefacenti? È mai stato arrestato o condannato per due o più reati diversi, per i quali la durata complessiva della detenzione sia stata pari a cinque o più anni? Oppure è mai stato coinvolto nel traffico di stupefacenti? Oppure sta cercando di entrare negli Stati Uniti per partecipare ad attività immorali o criminali? * No
C) È stato in passato, o è ora, coinvolto in attività di spionaggio o sabotaggio, o in azioni terroristiche? O in genocidio? Oppure, tra il 1933 e il 1945 è stato coinvolto, in alcun modo, nelle persecuzioni intraprese dalla Germania nazista o dai suoi alleati? * No
D) Sta cercando lavoro negli Stati Uniti? Oppure è mai stato escluso o deportato dagli Stati Uniti? Oppure è stato in passato rimosso dagli Stati Uniti o ha ottenuto, o cercato di ottenere, un visto o un permesso di ingresso negli Stati Uniti tramite frode o dichiarazione falsa? * No
E) Ha mai trattenuto o detenuto un minore, sottraendolo alla custodia di un cittadino statunitense al quale il bambino era stato affidato legalmente? * No
F) Le è mai stato rifiutato il visto o l’ingresso negli Stati Uniti? Oppure Le è mai stato annullato il visto per gli Stati Uniti? * No
G) Ha mai richiesto immunità a causa di persecuzione? * No
Per quanto riguarda l’immunità dai procedimenti giudiziari, rispondere “Sì” alla domanda se:
(a) si è responsabili di un reato penale grave negli Stati Uniti, ai sensi dell’art. 8 U.S.C. Sec. 1101(h), compresi crimini per cui sia stata esercitata l’immunità dalla giurisdizione penale; e
(b) sono stati lasciati gli Stati Uniti a seguito della violazione e dell’esercizio dell’immunità di cui al punto (a); e
(c) non ci si è sottoposti interamente alla giurisdizione della corte statunitense competente in merito a tale reato.
Per ulteriori informazioni, fare riferimento a § 212(a)(2)(E) e 101(h) della Legge sull’Immigrazione e la Nazionalità, 8 U.S.C. § 1182(a)(2)(E) e 1101(h).

venerdì 7 febbraio 2014

Il Lago D'Aral, ovvero il costo dello sviluppo umano

Dopo ore di macchina arrivi a Moynaq, la città costiera, famosa perché antico approdo della "via della seta"; ma anche per l'inscatolamento del pesce, che i pescatori prendevano al Lago salato, per sfamare loro e le loro famiglie. Siamo nelle leggendarie terre vicino a Samarcanda, terre di steppe e di antichi racconti. Appena arrivati, trovi ad accoglierti una grossa insegna col nome della città, scritta in caratteri cirillici, una strana reminiscenza d'Europa in questa lontana terra d'Asia. Sotto la scritta la grande immagine di un pesce che salta fuori dal lago. Di navi, a Moynaq, ce ne sono ancora parecchie, tutte vecchie, abbandonate, incrostate dal sale e dal tempo, senza vita e senza porto in cui approdare. Già, senza porto. Non è un'espressione poetica di vecchi studi classici: a Moynaq manca letteralmente il porto. Le navi stanno lì, ferme, appoggiate placidamente sul terreno salino che un tempo accoglieva mare, pesci e pescatori. Se prendete una qualsiasi cartina o un qualunque mappamondo e cercate in Asia il Lago d'Aral, vedrete sì un immenso lago salato chiuso, ma in realtà quel mare non esiste più. Oggi il Lago d'Aral si è ridotto del 90% della sua originaria estensione e la sua più importante città portuale oggi dista centinaia di chilometri dall'attuale costa. L'intero bacino salato è un sinistro paesaggio apocalittico dove giacciono antichi relitti ritornati alla luce del sole con quelli nuovi, che non videro mai le profondità del mare, ma che semplicemente furono abbandonati lì, ad aspettare che il mare si prosciugasse, per toccare il fondo.


Dopo la Seconda Guerra Mondiale l'Uomo segnò il destino del Lago d'Aral: il sovietico Grigory Voropaev divenne il capo di un progetto di " riqualificazione" (mai parola fu più abusata) agricola della zona. Egli cercò di potenziare la produzione di cotone fino a rendere la vecchia repubblica sovietica (oggi Stato indipendente) dell'Uzbekistan il secondo produttore di cotone dopo gli Stati Uniti. Solo che per fare ciò si doveva "serenamente far scomparire il Lago d'Aral", perchè per potenziare tale coltura c'era bisogno di deviare gli unici due affluenti di questo mare lontano da ogni oceano. Così, a detta sua, si corresse "un errore della natura", usando le acque dei fiumi per l'agricoltura e i grandi acquitrini ricavati dal ritirarsi delle acque per la coltivazione del riso. Peccato che il Lago d'Aral, a differenza del suo nome, sia un mare. Così non acquitrini, ma distese di sale vennero scoperte ai rigidi venti dell'Asia centrale, venti che riuscirono a portare sostanze saline fin su nelle cime dell'Everest. E non solo quello.
L'Uomo nel correggere gli errori della Natura, volle sforzare in ogni modo la coltivazione di quelle terre, con pesticidi e prodotti chimici, fino ad avvelenare non solo quelle zone ma anche quelle vicine. Ci fu un ridursi del Lago e un aumento delle malattie respiratorie e renali.
L'Uomo si è creduto talmente tanto all'altezza di Dio - o proprio libero dalla sua presenza per fare quello che vuole - da vedere quella grande area anche come un luogo idoneo dove sperimentare ordigni di difesa/offesa militare. In questo caso, trattandosi dell'URSS, di ordigni atomici. Sulla ormai scomparsa isola di Vozroždenie vi era una delle più segrete basi militari sovietiche. L'Uomo in tal modo riuscì a cambiare ancora più profondamente la Natura grazie alle radiazioni degli esperimenti atomici. Peccato che l'Uomo stesso faccia parte di questa Natura, di cui ne subisce gli stupri e i tumori. Riusciremo a riempire di nuovo contenuto e di nuova forma i concetti ottocenteschi ormai trapassati di "progresso" e di "modernità"? Riusciremo a rimediare e a riempire nuovamente di vita il Lago D'Aral?

[modificato e riscritto da un articolo già pubblicato in REGGIAMOCI FORTE! http://reggiamociforte.blogspot.it/ ]

martedì 10 dicembre 2013

Rigurgito antifascista contro prove generali di forza

Torino, piazza Castello. Foto scattata da Mirko Isaia, http://www.flickr.com/photos/mirko_isaia/
Dopo una settimana in cui ci sono state minacce, non tanto velate, a commercianti e attività per tutta Torino affinché il maggior numero di negozi chiudesse il giorno 9 dicembre 2013, (il giorno della "protesta dei forconi"); dopo aver sfogato una rabbia atavica, cresciuta forse pian piano ma che è inspiegabile da parte di certe categorie da cui è provenuto in passato, in maniera massiccia, il voto per Berlusconi, senza mai domandandosi dove i suoi governi ci stessero portando; dopo aver visto una guerriglia urbana in piazza Castello e in altre zone della città e di Italia, ottenendo anche in alcuni casi la solidarietà di alcuni poliziotti; dopo la notizia di pestaggi e violenze contro chi voleva invece aprire (magari gente che semplicemente ha un mutuo e una famiglia da sfamare, la stessa gente che magari lotta contro Equitalia per la sopravvivenza della propria attività); dopo il comunicato stampa dell'ANPI già pubblicato nei giorni scorsi contro i sostegni (sia di partecipanti che di organizzazione) espliciti e meno di forze dichiaratamente neofasciste alla manifestazione; dopo tutto ciò io mi sento di testimoniare, urlare e dichiarare, anche un in dovere di dire, da cittadino comune di questo Paese, di questa Repubblica nata dalla Resistenza, che non scenderò mai in piazza con i neofascisti. Non posso fare altrimenti essendo io fortemente antifascista. E non semplicemente per motivi ideologici o legali (ricordiamoci che in Italia abbiamo una Costituzione fondata sull'antifascismo e qualche legge che, in teoria ne vieta la propaganda), ma per motivi ben più concreti! Non voglio dare forza mediatica e sociale (o peggio, aiuto nel provare la propria forza di persuasione) a chi predica l'autoritarismo e l'odio nei rapporti umani e sociali.

La cosa preoccupante è invece quando movimenti e forze politiche - o presunte tali - si rallegrano di giornate come queste e che non hanno visto l'ora di testimoniare solidarietà con questa manifestazione. Dimenticandosi che la storia insegna che il populismo e il fascismo sono tigri che se le cavalchi, prima o poi ti sbraneranno.

sabato 9 novembre 2013

Il 9 novembre tra muri e ponti che crollano



I ponti mettono in comunicazione le persone situate su due sponde. Partiamo da questa banalissima certezza. E non è tale solo da un sacrosanto punto di vista culturale e sociale: gli uomini costruiscono i ponti perché, come già scriveva Aristotele, non possono fare a meno gli uni degli altri. Quindi banalmente per il commercio, per raggiungere dei campi, una strada, delle fonti potabili... i ponti mettono in comunicazione le idee e le culture, ma anche le necessità e le risorse.

Quando il 9 novembre 1993 le truppe croato-bosniache abbatterono il Ponte Vecchio di Mostar, meraviglia costruita nel 1566 per ordine di Solimano il Magnifico, la popolazione musulmana di Mostar (e tutti coloro che avevano creduto in una convivenza pacifica) non ricevette solo un colpo psicologico, ma anche materiale: avevano perduto l'accesso all'acqua potabile, in una guerra in cui gli aiuti umanitari dell'ONU difficilmente riuscivano a raggiungere la loro destinazione perché bloccati dai diversi gruppi armati. Quel ponte era la sopravvivenza materiale di quella gente, prima di quella culturale e spirituale.
Prima dello scoppio della guerra, a Mostar la popolazione mussulmana e quella croata erano in percentuali pressapoco uguali: 34,8% quella mussulmana, 33,8% quella croata. I serbi erano in netta minoranza (19%)¹. Insomma, Mostar era croata tanto quanto fosse musulmana.
Nel 1993, mentre le tv di tutto il mondo erano concentrate soprattutto sulla capitale Sarajevo e sul confine con la Serbia, in questa altra parte del Paese si combatteva un'ulteriore guerra tra croato-bosniaci (appoggiati dall'allora governo croato, tanto quanto Milošević appoggiava Karadžić) e musulmani. La distruzione del Ponte Vecchio fu una rappresaglia dopo la conquista di diversi villaggi da parte delle truppe musulmane, in particolare quella della cittadina di Vares, saccheggiandola, con morti e distruzioni e con la fuga dei 12000 abitanti croati. Occhio per occhio. 

Tutto questo quando le principali potenze dell'epoca erano bloccate su come dividere la Bosnia-Erzegovina: da anni stavano discutendo su quanti cantoni la Bosnia doveva avere, sul metraggio dei confini tra un cantone e l'altro, sulle percentuali di popolazione aveva un determinato territorio per assegnarlo a una o un'altra zona... erano le discussioni del camaleontico Piano Vance-Owen. Mentre serbi, musulmani e croati si sparavano a vicenda per cambiare la composizione etnica delle città e delle vallate, le principali potenze internazionali discutevano a Ginevra o a New York, alimentate spesso da interessi geopolitici o di parte.

La storia ci ha consegnato il 9 novembre per un'altra epocale ricorrenza: l'abbattimento del Muro di Berlino. Dopo anni di Guerra Fredda, due Stati creati a tavolino per esigenze di equilibrio internazionale, finalmente ritornavano a unirsi per formare l'odierna Germania. Nel 1989 si abbatté un ostacolo alla riunificazione di famiglie, di una città, di una nazione. Quella stessa Germania, insieme a Francia, Regno Unito, USA e Russia pochi anni dopo si contendeva la sua fetta di egemonia in una zona strategica per l'intero continente: i Balcani.
Un muro che cade, un ponte che crolla. Quale azzeccata coincidenza ci ha regalato la storia! 

Forse questa data accoglie in sé questi due eventi proprio per questo motivo: per ricordare a noi europei che spesso siamo in gamba a enunciare principi e valori di pace, fratellanza e democrazia, ma quando si tratta di spostare lo sguardo sulla nostra periferia viene a mancare la volontà. I muri dentro casa sono per fortuna crollati, ora lasciano spazio a muri più alti e più ansiosi verso l'esterno.
Quali ponti stanno ancora crollando oggi? O meglio, quali "muri" stiamo ancora edificando, nel 2013? È normale ragionare di due sponde, quelle del Mediterraneo, parlando che una delle due debba essere "difesa"? Non è che alla base delle "attraversate della speranza" ci sia la stessa necessità che sta alla base di un ponte: vivere, rispondere a delle necessità essenziali?

Oggi il Ponte Vecchio di Mostar è stato mirabilmente ricostruito (un consiglio: se avrete mai l'opportunità di farlo, visitatelo) ed è, a fatica, nuovamente al centro della vita cittadina e turistica di questa città. La ricostruzione fisica ha avuto successo (anche grazie agli aiuti economici dell'Unione Europea), ma domandiamoci quanto lo abbia avuto quella spirituale. Mi piace pensare che forse sarebbe bello che energie, risorse e attenzioni vengano spese anche per la costruzione di un ulteriore ponte: quello che unisce l'Africa con l'Europa. Concretamente smettere di avere la sindrome da secolo XI quando Ungari, Mori e Normanni attaccavano l'Europa dall'esterno e proviamo a capire i meccanismi che hanno messo in moto questa nuova ecatombe per provare ad agire; prendiamo forse un po' più esempio dai romani del tardo Impero, quando si resero conto che era molto meglio integrare le popolazioni barbare invece che inutilmente respingerle. Da quell'integrazione, secoli dopo, è nata l'Europa medievale con i suoi regni, le sue lingue, le sue cattedrali, i suoi palazzi, i suoi pensatori e poeti: con la sua multiforme ricchezza. I ponti che vengono costruiti all'inizio solo per necessità, mettendo in contatto culture diverse, generano con il tempo un tipo particolare di ricchezza.

"Unità nella diversità". Ebbene sì, questo è il motto dell'Unione Europea. Tra i molti simboli di cui l'Unione si è dotata questo è tra quelli che preferisco. Non lasciamo però anche questo nel cortile di casa e gettiamolo oltre il muro, oltre l'ostacolo, nella periferia a noi vicina.


¹ Dati del censimento del 1991, S. L. Burg, P. L. Shoup, "The war in Bosnia-Herzegovina", M. E. Sharpe, New York, 2000

mercoledì 25 settembre 2013

Paesaggio lunare

Immobilismo. Ecco di cosa siamo spettatori nelle ultime settimane. Eppure ormai la pausa estiva è ampiamente finita (ma poi chi ha detto che politica e società debbano fermare il dibattito durante l'estate non lo so) e siamo di fronte a uno scenario che rasenta i paesaggi lunari fotografati dalle missioni Apollo negli anni Settanta... però lì almeno saltellavano, giocavano a golf o facevano rally con il rover lunare.

Da una parte abbiamo il PD. A sbirciare lì dentro sembra veramente di respirare un'aria da "si salvi chi può" o da "lotta per la sopravvivenza". È chiaro e poco entusiasmante il tentativo di sabotare un congresso che doveva celebrarsi già in primavera, subito dopo l'affondamento dell'elezione del fondatore al Quirinale per favorire le "larghe intese". Si sta cercando di salvare meccanismi che permetterebbero al partito di mantenere i conflitti di interesse e la sopravvivenza di pezzi di apparato altrimenti destinati all'estinzione (vedasi Rotondi o Fioroni); qui non si tratta di dare un giudizio politico su Matteo Renzi, il probabile vincitore alla segreteria, ma si tratta di capire che, nel bene e nel male, una volta vinto il congresso, cambierà il suo partito, e se farà quello che aveva già promesso alle primarie porterà essenzialmente tre rivoluzioni in un partito che negli ultimi mesi ha spudoratamente rifiutato di ascoltare la propria base: 1) rottamazione (via chi ha fallito in questo lungo periodo di dirigenza); 2) abolizione del finanziamento pubblico (addio a grossi introiti che assicuravano un bel po' di potere e di clientela); 3) apertura della partecipazione del partito (andare contro un'idea che la politica la debba fare solo il politico e non il cittadino impegnato). 

Da un'altra parte abbiamo un Movimento che, pur avendo alcune buone idee, si sta incancrenendo per una mancanza di progetto, di strategia. Ma questo era evidente già in campagna elettorale: il Movimento 5 Stelle presentò tale e quale il programma delle amministrative del 2009, senza modifiche, senza ampio respiro sulle politiche da attuare a livello nazionale e internazionale (a parte il giochino ridicolo sul referendum sull'euro, quando lo stesso Grillo sapeva benissimo che non si sarebbe potuto fare). Oltre a ciò c'è il loro continuo polemizzare sul dito senza mai arrivare a voler guardare la Luna: io posso anche essere d'accordo su delle critiche riguardanti il comportamento o le scelte istituzionali del Presidente della Camera Boldrini, ma è possibile che tra tutte le cose che vanno a rotoli bisogni concentrare l'attenzione mediatica e la vis polemica su questo personaggio (accennando qualcosina al resto, ma con meno vigore, meno indignazione). Quelli che dovevano aprire il Parlamento come una scatola di tonno si sono concentrati sulla mera vita parlamentare, si sono concentrati solo su una critica (per carità, giusta) alla casta, ma hanno dimenticato che per cambiare un Paese come predicano loro forse bisogna interagire e affacciarsi anche al di fuori delle Camere. Inoltre credo che Boldrini e M5S abbiano in comune una cosa: l'ego. Entrambi non possono che criticarsi a vicenda, uno da la sponda all'altra che puntualmente ci casca. Come quei bambini spocchiosi che vogliono sempre avere l'ultima parola per far vedere quanto l'altro sia da meno. Insomma, ma fare un po' a meno di ribattere sempre alle provocazioni e parlare di più di altri problemi? Già ma per fare questo c'è bisogno di una strategia unitaria, cosa che manca, e torniamo al punto iniziale; dubito che possa esistere una strategia politica condivisa e armoniosa quando le stesse decisioni dei parlamentari 5 stelle vengono vagliate e a volte messe in discussione dal capo-padrone. Forse che stia lì allora la causa dell'immobilismo dei 5 stelle? Che Grillo sia croce e delizia del Movimento? C'è appunto da aggiungere che senza l'impatto mediatico e il carisma di Beppe Grillo difficilmente il Movimento avrebbe raggiunto il 25% sulla base delle buone intenzioni e delle buone idee.

Poi vabè, c'è il PDL... ma vogliamo veramente commentare?

Cercasi colpo di reni e non calcoli renali.